La manifestazione
Il serial killer ci ripensa: non li ho uccisi
Giovane polacco si era autoaccusato degli omicidi di Antonella Bruni e Antonio Esposito, ma davanti agli inquirenti nega
PRATO. C’è un serial killer polacco di 27 anni, detenuto in un carcere vicino a Cracovia, che quasi certamente ha sulla coscienza la morte di due pratesi, ma che molto probabilmente non verrà mai processato per quei due omicidi.
E’ una storia che inizia nell’agosto di otto anni fa, in una Prato oppressa dalla calura estiva, proprio come in questi giorni. La mattina di Ferragosto, mentre in tanti sono al mare, viene scoperto sul greto del Bisenzio, proprio sotto la Passerella che collega via Sant’Antonino a via Amendola, il cadavere di Antonella Bruni, 41 anni, una vita disordinata, con problemi di alcolismo. Qualcuno l’ha presa per il collo, stabilirà l’autopsia, e l’ha buttata di sotto. Nessuno però ha visto niente. I sospetti sfiorano il suo convivente, che abita lì vicino, al Cantiere, ma l’uomo ha un alibi di ferro e l’omicidio resta irrisolto.
Quattro giorni dopo, un altro morto. Si chiama Antonio Esposito, ha 48 anni ed è un clochard che passa le serate sulle panchine. L’ultima sarà quella di piazza San Niccolò: lo trovano dentro la fontana, apparentemente annegato in dieci centimetri di acqua. L’autopsia stabilisce che è stata una morte accidentale, ma ci sono molti dubbi: tracce di sangue sulla panchina, una otorragia (la perdita di sangue da un orecchio che spesso indica un trauma cranico). Qualcuno dirà poi di averlo visto insieme a un giovane ben vestito, che frugava nei suoi indumenti e se n’è andato col suo giubbotto. Elementi che non convincono gli inquirenti a indagare per omicidio.
I mesi passano e quelle di Antonio e Antonella sembrano destinate a rimanere due morti senza un responsabile.
La svolta arriva inattesa cinque anni dopo, alla fine del 2009 (ma lo si saprà solo nell’agosto del 2010). La polizia polacca ha arrestato un giovane serial killer con problemi psichici. Ha 25 anni, gira l’Europa senza un lavoro e durante gli interrogatori confessa di aver ucciso ben sei persone nel suo paese. Poi però aggiunge qualcosa che fa drizzare le orecchie agli investigatori polacchi e all’Interpol. Dice di aver ammazzato anche due persone a Prato, durante la sua permanenza in città nell’estate del 2004. Racconta particolari che, secondo la polizia polacca, solo il vero assassino può conoscere. E parte una segnalazione alla Procura di Prato che finisce sulla scrivania del sostituto procuratore Eligio Paolini.
Sarà lui, insiema al capo della squadra mobile Francesco Nannucci a partire per la Polonia per condurre una rogatoria e chiudere il caso. Sembra solo una formalità, ma ecco il secondo colpo di scena: quando il giovane serial killer viene fatto sedere davanti ai due italiani, sulle prime nega di aver ucciso Antonella Bruni e Antonio Esposito, poi si avvale della facoltà di non rispondere.
Paolini e Nannucci sono spiazzati. Di fronte alla retromarcia del detenuto non resta che cercare il verbale delle sue prime dichiarazioni, per capire se può essere utilizzato in un processo. Ma quel verbale non si trova. Forse non esiste nemmeno, e si è trattato di dichiarazioni raccolte senza badare troppo alla procedura. Sta di fatto che l’Interpol non invia niente in Procura e tutto si ferma.
Eppure qualche riscontro c’è. Il polacco ha lasciato tracce, nell’agosto 2004, alla mensa dei poveri e in un dormitorio. Di più: è stato identificato dai carabinieri non lontano da piazza San Niccolò, la notte in cui morì Esposito. Forse è lui il giovane che un testimone vide nascondersi nella macchina delle foto automatiche. Tante suggestioni, nessuna prova concreta, almeno fin quando non salterà fuori quel benedetto verbale. O il serial killer si deciderà a parlare.
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