Il dolore
Quaranta candeline sulla torta di “Topolino”
PRATO. In realtà si chiama Angiolo, ma tutti lo conoscono come Topolino e, in effetti, Topolino è il nome della cartoleria che manda avanti da 40 anni: traguardo niente male in un periodo di crisi...
PRATO. In realtà si chiama Angiolo, ma tutti lo conoscono come Topolino e, in effetti, Topolino è il nome della cartoleria che manda avanti da 40 anni: traguardo niente male in un periodo di crisi nera come quello che anche il commercio sta attraversando.
Nata nel 1972 come negozio di giocattoli, “Topolino” è sempre stata in piazza Albert Einstein, e Angiolo è sempre stato dietro al bancone del suo negozio per soddisfare le richieste di grandi e piccini.
«Mai defezioni, cambiamenti o spostamenti - spiega - anni fa la cartoleria che si trovava davanti al nostro negozio di giocattoli chiuse a causa della morte del proprietario, e sua moglie mi propose l'affidamento: in questo modo siamo diventati la cartoleria Topolino».
Sugli scaffali del negozio si trova di tutto, cartotecnica dalla a alla zeta, libri di testo per la scuola e libri per le vacanze, utensili per disegnare, materiale tecnico, costumi di carnevale.
«È un momento difficile - spiega Angiolo - avrei voluto festeggiare i 40 anni di attività in un altro modo, ma l'epoca mi ha imposto di non farlo. Subiamo la giusta concorrenza degli altri negozi e quella, un po' meno giusta, della grande distribuzione che approfitta di canali per noi inarrivabili».
In ogni modo, Topolino reagisce: «Ci siamo specializzati in prodotti di nicchia e di ottima qualità, siamo stati obbligati a fare scelte diverse: abbiamo una nuova collezione di diari per la scuola di ultima generazione, linee completamente nuove. Invece che comprare tre scatole di pennarelli di tre marche ne compriamo trecento di trenta marche diverse e, quando possiamo, cerchiamo di avere l'esclusiva su qualche prodotto. Va da se che tutto ciò comporta un grande lavoro e un certo impiego di capitale».
Topolino ha mandato a scuola 5 generazioni di ragazzi, dal 1972.
«E tornano spesso, magari per comprare i libri al figlio. Noi facciamo il nostro lavoro al massimo delle nostre possibilità».
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