Sicurezza
«Questa città non la riconosco più ma guai a chi me la tocca»
È l’ultimo pescivendolo del centro, arrivò a Prato nel 1956 da Piombino: galeotto fu il pallone «I miei concittadini non sono molto golosi di pesce, prima amavano il palombo, ora il branzino»
PRATO. Al posto suo tanti di quell'età avrebbero già tirato i remi in barca. Ma il ritratto del nonno a casa, a godersi la pensione e gli ottant'anni inoltrati non è ancora il suo.
I remi sono le braccia con cui Emilio Lugli va a prendere ogni mattina il pesce appena pescato dal suo grossista di fiducia; la barca è la pescheria storica che campeggia lì, in via Santa Trinita, ormai da vent'anni.
«Per ora reggo, finché le braccia non mi abbandonano. Come si fa ad andare in pensione con tutte le spese da pagare?», si chiede l'anziano commerciante. Il sapore di storia della pescheria “Da Emilio” si annusa appena si varca la soglia del civico 113, insieme all'odore delle cozze e delle vongole veraci avvolte nella retina, di provenienza dai nostri mari. Un “monumento” dentro le mura, visto che è l'unico negozio che vende pesce a sopravvivere nel centro storico. Il pescivendolo Emilio, anzi il “pesciaio” alla pratese, è davvero uno degli ultimi baluardi del commercio dentro la cinta muraria.
Un angolo di mare che il piombinese Lugli portò a Prato nel 1956, quando aprì la prima pescheria in via Roma per poi trasferirsi in via Santa Trinita nel 1991. «A quei tempi - rammenta - lungo questa strada non c'era una fondo disponibile da prendere in affitto: erano tutti occupati».
Fresco di matrimonio, nel 1956 Lugli aveva 25 anni e tutta una vita davanti. Da giovane la sua città natale, Piombino, non gli volle troppo bene. «Lì non avevo un lavoro e nemmeno soldi da parte. Scelsi di partire da zero a Prato, insieme a mia moglie».
Se la scelta cadde su Prato, c'era un perché. Galeotto fu il pallone nel determinare i piani futuri di Lugli verso la città tessile. Nel 1956 lo zio della moglie (che di cognome faceva Chiavacci), cui è intitolato il campo sportivo di via del Purgatorio, giocava nella squadra del Prato calcio (e poi nella Juve). «La passione per questo sport mi porta oggi a tifare sia Prato che Fiorentina. Certo, a Firenze i Della Valle ci hanno investito, se l'avesse fatto qualche industriale pratese forse il Prato chissà, a quest'ora sarebbe in serie B».
Al campo sportivo "Chiavacci", «quello dello zio della mia moglie» come si affretta a rimarcare Lugli, l'ultimo pescivendolo pratese del centro storico è molto affezionato. «Sono vent'anni che prendo i biglietti lì per andare a seguire le partite di calcio».
Il signor Emilio è in realtà è un tipo molto casalingo, come ama definirsi: fra i pochi passatempi che si concede c'è quello di portare a passeggio il cane Ernesto. «È di mio figlio Roberto, lui sì che non è tagliato per vendere il pesce. Dopo di me questa pescheria non esisterà più».
La Prato che Lugli si vede scorrere davanti agli occhi, attraverso la vetrina di via Santa Trinita, è solo una cartolina sbiadita del passato.
«Un mortorio così non l'avevo mai visto in tutti questi anni. Mi piacerebbe sapere cosa sta facendo questa giunta per rilanciare il centro storico. Prima c'era più armonia fra i pratesi. Ora è tutto un lamentarsi e piangersi addosso. La crisi c'è, eccome se si fa sentire. Ci sono clienti che prima venivano a comprare il pesce due volte alla settimana, il martedì e il venerdì: ora a malapena si fanno vedere una volta al mese».
Il sospetto è che il pesce, notoriamente più caro rispetto alla carne, stia diventando una sorta di cibo proibito. È dura poi competere con i prezzi dei supermercati. «Ma io do un servizio, non mi faccio certo problemi a pulire e sfilettare il pesce se me lo chiedono. E poi la fiducia del cliente è fondamentale».
Non è che sul banco del pescivendolo di via Santa Trinita ci sia l'imbarazzo della scelta. «Per carità, basta e avanza con questi chiari di luna. E poi i pratesi non sono così ghiotti di pesce».
Un tempo andavano pazzi per il palombo, ora vanno più di moda la sogliola e il branzino. Parola di pescivendolo Emilio che registra queste preferenze della clientela al di qua del bancone. E anche l'appeal delle vongole veraci non è più quello di una volta. «Prima - ricorda Lugli - ne vendevo a sacchi interi».
Eppure, quando era ancora un ragazzo a Piombino, dove riparava biciclette nell'officina dello zio, all'investimento nella pescheria Emilio non ci pensava proprio. «Erano altri tempi, prima ottenere un prestito non era così difficile come oggi. E allora non si trovavano molte pescherie a Prato, per questo mi convinsi a lanciarmi nell'affare».
Oggi nonno Emilio (ha una giovane nipote) sente aleggiare in città tanto pessimismo e tanta rassegnazione. «Questa Prato non la riconosco più. Non riesco ad immaginarmela domani. Guai però a chi me la tocca, tanto mi ci sono affezionato. Uno dei ricordi più belli del passato è quello legato alla fiera di settembre in piazza Mercatale. Fu una delle prime scoperte in città all'epoca in cui ero fidanzato con mia moglie».
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