Il Tirreno

Prato

Quanta nostalgia per il Lavarini e il negozio di dischi del Niccoli

di Vezio Trifoni
Quanta nostalgia per il Lavarini e il negozio di dischi del Niccoli

Podista e fondatore di “Regalami un sorriso”, Giacomelli ricorda la città di quando era ragazzo «Il vero problema è sempre stato il nostro rapporto con Firenze, subìto e troppo sofferto»

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PRATO. Piero Giacomelli è conosciuto ai più per la sua onlus “Regalami un sorriso” che per essere stato un mezzofondista di buon livello. Ma, soprattutto, Giacomelli è un pratese doc, che ricorda una città diversa da quella di oggi, la sua Prato da bambino.

«C’erano i barrocci che, trainati dai cavalli, perdevano le rocche di filo, i fusi rotti e le spole. Lì sull'angolo del “Mercatino” passai una giornata osservando affascinato, chi con un colpo di mazzetta ben assestato spaccava in cubetti la pietra tenendola nel palmo della mano, accanto al Magni, quello dei carburanti».

La città della sua infanzia, Giacomelli la ricorda con nostalgia. «Era una Prato col “Città di Milano” in vetta a piazza Duomo, il “Lavarini” e i giocattoli del Capecchi in via Luigi Muzzi, le coppe del Niccolai in via Santa Trinita che era l'unico che vendeva quei trofei, spesso agognati nella mia carriera di sportivo. Ed ancora, i dischi del Niccoli, con gli Lp d'importazione. Da quel punto in poi fu solo cemento e cemento».

Cemento ma anche cambiamento sociale della comunità pratese e della sua identità.

Rapporti con Firenze

Dopo 40 anni, riflette Giacomelli, «la globalizzazione ha sostituito l'accento siciliano, campano e pugliese con gli occhi a mandorla. Ma devo dire che il problema della città è che ha sempre subìto e sofferto la vicinanza con Firenze. Da noi si lavorava, si produceva, si “facevano i soldi“, ma alla fine non ridistribuiva sul nostro territorio quel benessere che si andava a godére altrove. La stessa pista di atletica esisteva solo a Firenze, e se avevi talento dovevi emigrare perché a Prato non c'erano le strutture. Oggi Prato è sempre troppo vicina a Firenze per avere una sua ben definita indentità, fa parte di un cementificato continuo che partendo dalla cupola del Brunelleschi arriva fino a Pistoia. Un territorio in cui non esiste più diversificazione di accento o di abitudini e sono presenti ormai pochi e annacquati campanilismi. E anche la situazione economica è pesante perché il distretto si basava essenzialmente su di una economia legata al mondo del tessuto».

Cambio generazionale

«Una volta essere un impiegato statale o comunale con un salario fisso limitava le capacità di acquisto, mentre anche se la fabbrica ti prendeva la vita e l'anima, ti dava tanto denaro da investire e spendere ed era quindi l'operaio tessile il “vero signore”. Quando tutto questo sistema è caduto, è stata la categoria del reddito fisso ad avere sicurezze - spiega Piero Giacomelli - ma l'economia è stata irrimediabilmente ridimensionata e la differenza con prima si fa ancora più bruciante. Resta poco dell'essenza di Prato di una volta, e forse, come si è soliti dire, si stava meglio quando si stava peggio. Forse perché le variabili erano quelle e prevedibili, ora con tutta questa nuova colonizzazione è difficile avere un punto fisso di riferimento. Anche sentirsi a casa è sempre più difficile: il bravo muratore è albanese, il meccanico è rumeno, la nonna è accudita dalla badante polacca ed il postino è senegalese. È un male, è un bene? È è solo il segno dei tempi che cambiano. Del resto erano “stranieri”, rispetto alla nostra cultura e alle nostre tradizioni, anche chi veniva da Bovino, Panni, Casoria, Afragola e Avellino».

Sociale e podismo

Giacomelli è impegnato nel mondo del podismo e da alcuni anni nel sociale. La svolta a 40 anni.

«Confrontarsi con un cancro a 40 anni non è una cosa piacevole e cambia la vita, a te e a chi ti vive accanto, ma se “il cielo” o la fortuna ha voluto farti capire tutto questo, si può dire che dalla malattia ho imparato tanto. Quando ti capita, ti rendi conto che non sei immortale, ed è facile anche misurare quanto ti può restare: è in quel momento che ti rendi conto di quanto sia prezioso ogni minuto che vivi e di quanto stupido sia buttare via il tuo tempo. E vivi la disperazione di perdere tutto ciò che hai vissuto, la paura che tutto ciò che hai fatto si disperda. Allora nasce la voglia di fare, di aiutare chi dalla tua esperienza può trarre giovamento. Ti giri intorno e vedi che c'è chi soffre veramente e che la tua vicenda è stata come una passeggiata all’inferno da cui sei uscito solo sporcandoti un poco di fuliggine: da lì è nata “Regalami un sorriso segno tangibile di una Prato che esiste».

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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