Italia
Il presidente Gestri suona la sveglia agli uomini di cultura
Dovrebbero mettersi alla guida del Rinascimento pratese «Ma quello che manca loro, è saper suscitare la speranza»
PRATO. Nel futuro di Prato c’è il tessile, il presidente della Provincia Lamberto Gestri, non ha dubbi. Certo, sarà diverso dal passato e ci sarà anche altro; sicuramente si dovrà puntare su una diversificazione, sia all’interno del sistema (ad esempio, il tessile tecnologico), che fuori (cultura), ma il destino della città è stato scritto nel secolo scorso. Altrimenti, sarebbe come se Torino non avesse più la Fiat. «A Prato - spiega l’ingegnere - ci sono ancora 7mila aziende tessili, è ancora il distretto tessile più importante d’Europa. Lo stesso andamento del mercato del lavoro parla chiaro: nei primi sei mesi dell’anno si sono persi 1.400 posti di lavoro, ma non nel tessile».
Allora cos’è che manca?
«A lungo ci siamo cullati nell’illusione che il lavoro sarebbe tornato come una volta. Come si può vedere, non è stato così. Da ogni parte si invoca “il sistema”, la “rete”, l’unità. C’è un tavolo del distretto che riunisce tutte le categorie economiche che riuscì a organizzare la protesta del 2009, ma ogni volta che si sono affrontate le proposte, ci siamo incagliati. In questo sistema ora ci vuole una leadership forte e condivisa».
Dall’Unione industriale è arrivato un segnale importante: un presidente giovane, con uno spessore culturale di rilievo e uno staff in grado di “maneggiare” il futuro con una certa disinvoltura. Può essere una svolta?
«È stato sicuramente un passo significativo, c’è un cambiamento culturale. E la sua giunta mi sembra vada nella direzione del rinnovamento e di un’attenzione nuova al settore. È una speranza, come lo è il cambiamento del rapporto degli artigiani nei confronti dell’imprenditoria straniera».
Ma le buone intenzioni non bastano, occorrono progetti di “sistema” e non più idee estemporanee. E soprattutto investimenti.
«Il Progetto Prato della Regione è il tentativo di recuperare quello del Tavolo del distretto. E su questo si giocherà la nostra capacità. La Provincia sta facendo la sua parte: ha presentato il progetto di estensione della banda larga in tutto il territorio provinciale; c’è il progetto “Fabbriche di energia” per la produzione di energia rinnovabile. Ma in genere, dal mondo che ci circonda non c’è stata grande capacità propositiva».
A proposito di Regione, non è che brilli per finanziamenti alla città. Il Pdl parla di briciole. Problema di colore politico diverso?
«Quando si parla di trasferimenti bisogna riferirsi al dato complessivo. Prato non è stata trascurata, molte aziende hanno ricevuto finanziamenti sui progetti presentati. Ci sono report che lo attestano».
Torniamo al futuro del tessile. Il Creaf darebbe slancio. Ma visti i silenzi da cui è avvolto e le perplessità del mondo imprenditoriale, esiste ancora?
«Il Creaf è un punto cruciale del rilancio. Stiamo terminando i lavori del secondo lotto e stiamo definendo la collaborazione col Polo tecnologico di Navacchio a cui facciamo riferimento e la cui esperienza utilizziamo. C’è anche un accordo con i cinesi per una loro presenza. Devo dire che il Creaf sta recuperando nella considerazione degli addetti e ci sono anche nuove importanti disponibilità. Il Creaf dovrà esaltare le potenzialità del nostro territorio, valorizzando le aziende».
Cinesi nel Creaf, cinesi nelle associazioni di categoria, maggiore attenzione del governo di Pechino a Prato e timidi tentativi di integrazione. Poi ci sono i controlli a tappeto dell’assessore Milone, quasi un’ossessione.
«I controlli organizzati vanno fatti e grazie alla guida del prefetto hanno raggiunto un buon grado di efficienza, ma per governare questi processi ci vuole la politica: dialogare, parlarsi, fare cose insieme, far partecipare gli immigrati - e non mi riferisco solo ai cinesi - alla gestione della comunità. La logica di Milone non è accettabile perché sancisce la separatezza».
Il buonismo della sinistra, però, non ha pagato, siete stati lontani dalla gente, che vi ha puniti.
«È vero, c’è stata insufficiente attenzione da parte del centrosinistra. Su questo tema non c’è stato l’ascolto dei cittadini. Ma non ci dimentichiamo che i controlli sulle aziende cinesi, furono istituiti nel 2007 dal governo e dalla giunta di centrosinistra. Può sembrare un paradosso, ma è così. Fu grazie alla nostra azione che poi arrivò il potenziamento degli organici delle forze dell’ordine».
La Cina è lontana da Prato, che i problemi li ha in casa. E la Cina spesso è lontana anche dai cino-pratesi che non “sentono” la pressione di Pechino sui temi della legalità. Un ufficio consolare cinese in città non darebbe un aiuto forse risolutivo?
«La disponibilità per un ufficio consolare sarebbe un passo avanti. Ma il gruppo di contatto dovrebbe alzare il tiro e puntare su risultati più incisivi, come una maggiore partecipazione di tutti gli immigrati alla vita della città aprendo loro le porte delle nostre istituzioni culturali. E dal punto di vista economico, ci vuole chi fa da ponte tra Prato e la Cina».
A proposito di istituti culturali, potrebbe essere la cultura uno degli architravi del rilancio della città?
«Abbiamo una ricchezza culturale incredibile, nata quando in città c’era benessere, oggi questo sistema è in crisi per mancanza di risorse, ma anche di idee».
Prato ha dato e dà alla cultura italiana personaggi di grande spessore, ma nessuno di loro ha voglia di mettersi alla guida di un nuovo Rinascimento della città.
«Quello che manca ai nostro uomini e donne di cultura, è saper suscitare una speranza per il futuro. Veronesi, ad esempio, sostiene che il tessile è morto e che occorre valorizzare l’imprenditoria diffusa per fare altro. E dice che un ruolo importante potrà averlo la cultura. Io penso che il tessile sarà ancora nel nostro futuro, ma credo che una lettura riflessiva possa contemperare le due cose».
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