Gioco
Gli imprenditori accusano la banca Aperta un’inchiesta
Esposto di una dozzina di società contro Intesa Sanpaolo Sostengono di essere state danneggiate dai “derivati”
PRATO. Una dozzina di imprenditori, titolari di altrettante aziende del settore tessile e non solo, hanno firmato un esposto in cui sostengono di essere stati danneggiati dalla sottoscrizione di “derivati”, prodotti finanziari emessi da Banca Intesa per coprire il rischio di un rialzo dei tassi di interesse o delle oscillazioni di cambio delle monete.
E’ questa l’origine di un’inchiesta penale condotta dal sostituto procuratore Eligio Paolini, ancora nella fase delle indgini preliminari, che da circa sette mesi tiene impegnati i finanzieri della sezione di polizia giudiziaria presso la Procura.
In sostanza è una vicenda simile a quella che ha spinto il Procuratore capo Piero Tony a indagare, ormai da un paio di anni, sugli swap, anche questi “derivati”, venduti dalla Dexia Crediop alla passata giunta di centrosinistra e per i quali è attualmente indagato un funzionario dell’istituto di credito.
La tesi alla base della vecchia come della nuova inchiesta è che i sottoscrittori dei “derivati” (che sono contratti il cui valore è basato sul prezzo di azioni, tassi o valute) siano stati in qualche maniera fuorviati dalla banca, e alla fine abbiano perso un sacco di soldi.
Tesi tutta da dimostrare, al momento, ma sufficiente per aprire un fascicolo che potrebbe avere presto sviluppi. In questi giorni i titolari e i consulenti delle aziende che hanno firmato gli esposti vengono ascoltati in Procura ed espongono le loro ragioni.
Ma prima di rivolgersi all’autorità giudiziaria avevano bussato a uno sportello telematico, “Sos derivati”, gestito dalla “Zucchinali & partners”, una società di consulenza con sede ad Albisola Superiore (Savona) insieme allo studio legale Grasselli Boggiani di Reggio Emilia. Non solo i pratesi, ovviamente. A chiedere aiuto sono state anche tre aziende livornesi, un paio di Empoli, un paio di Pistoia, cinque di Arezzo, altre di Firenze. Ed esposti simili sono partiti da Liguria, Piemonte, Emilia, Veneto e Calabria. Insomma, un vento di protesta che sta soffiando lungo tutto lo Stivale e viene assegnato per competenza alle rispettive Procure.
I derivati, giova ricordarlo, sono strumenti nati (o comunque proposti) per coprire fondamentalmente due rischi, il rischio dell’aumento del tasso di interesse e quello delle oscillazioni di cambio delle monete. Insomma gli imprenditori che li hanno sottoscritti erano già debitori di Banca Intesa e col derivato puntavano a non aver brutte sorprese. Quelle che invece sostengono di aver avuto quando le rate da pagare sono iniziate a salire.
Sulle cause della brutta sorpresa, e sul fatto che possa esserci un reato, sarà la Procura a decidere. I firmatari degli esposti, che a Prato si sono affidati agli avvocati Nicola Badiani e Alberto Rocca, propongono una spiegazione. Dicono di aver firmato un modulo nel quale vengono definiti “operatori qualificati” per snellire le procedure. In questa maniera la banca non sarebbe stata tenuta a informarli più precisamente, come nel caso di operatori non qualificati.
Anche questa sarà materia di discussione, perché potrebbe integrare il reato di truffa. L’altra ipotesi, più pesante, è l’usura, se la Procura dimostrasse che il tasso effettivo d’interesse pagato dai clienti è stato superiore a quello fissato periodicamente per legge dallo Stato.
Sono accertamenti estremamente complicati, per i quali serviranno una consulenza contabile e tempi lunghi. Al momento non risulta che siano stati disposti sequestri di denaro.
Paolo Nencioni
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