Sicurezza
Soldi in Cina, sequestri per 47 milioni
Nuovo colpo all’esportazione di capitali: la Finanza sigilla aziende, auto e conti correnti. Stavolta collabora anche Pechino
PRATO. Un milione e mezzo di operazioni per un totale di oltre tre miliardi di euro. Su questa enorme mole di dati, e di denaro, hanno lavorato per un anno gli esperti informatici della guardia di finanza di Firenze, arrivando a concludere che 155 imprenditori cinesi, con l’aiuto di 58 “teste di legno”, hanno ripulito, mandandoli in Cina, 50 milioni di euro: capitali accumulati grazie alle vendite in nero di prodotti tessili, borse e pelletteria, incassi di bar, pasticcerie e ristoranti, attività di import-export.
Ecco spiegato perché ieri mattina è stato visto volteggiare a lungo un elicottero delle Fiamme gialle sopra la zona di via Filzi e via Pistoiese. Anche a Prato, come a Roma, Firenze, Arezzo, Livorno e in altre province, era in corso l’operazione che ha portato a 111 perquisizioni di società e di abitazioni e al sequestro di beni per oltre 47 milioni di euro.
E’ il terzo capitolo di una storia iniziata nel giugno di due anni fa con l’operazione Cian Liu (fiume di denaro), proseguita l’anno scorso con l’operazione Cian Ba (diga sul fiume) e terminata (forse) ieri col secondo atto di Cian Ba.
La tesi del sostituto procuratore Pietro Suchan della Direzione distrettuale antimafia è che attraverso i money transfer della Money2Money, 14 agenzie sparse sul territorio nazionale, proprietà italo-cinese Cai-Bolzonaro, e chiuse nel 2010, siano transitati complessivamente 4,5 miliardi di euro diretti in Cina. Una parte di questo denaro, sostiene la Procura, è frutto di reati, in gran parte evasione fiscale, e dunque l’averlo mandato in Cina equivale ad averlo riciclato.
Solo per una piccola parte di questo fiume di denaro la Finanza ha trovato «prove certe», come ha spiegato ieri il generale Giuseppe Vicanolo. O meglio, si è contestato il reato solo quando è stato possibile provare il collegamento tra l’imprenditore cinese e la ricevuta del money transfer (come si vede dalla foto in alto). E dunque, dei quattro miliardi e mezzo volati in Cina, solo per 300 milioni c’è il sospetto del riciclaggio. Di questo tesoretto, la metà potrebbe essere recuperato grazie a sequestri per complessivi 152 milioni.
Ieri, come detto, ne sono stati fatti per oltre 47 milioni, in tutta Italia: 52 imprese cinesi (di cui 21 a Roma, 18 a Prato, 11 a Firenze, una a Brescia e a Livorno), 22 appartamenti e 4 immobili commerciali (di cui 14 a Prato), 103 auto e 183 conti correnti bancari.
Nel giugno del 2010 scattarono 24 arresti, furono chiusi 14 sportelli della Money2Money e coinvolte 85 società, ma era solo l’inizio di un lungo e faticoso lavoro su migliaia di ricevute di versamento informali sequestrate, su agende, estratti conto e su 92 tra hard disc, pen drive e computer. Nell’anno successivo la Finanza si è concentrata sui due sportelli più importanti, a Prato e Firenze (basti pensare che solo dallo “Sweet point” di via Filzi si calcola sia transitato oltre un miliardo di euro). Risultato: 242.00 trasferimenti illeciti di denaro per conto di 318 aziende cinesi che hanno occultato 238 milioni di euro.
Nel corso dell’ultimo anno, invece, gli esperti informatici della Finanza, divisi su cinque squadre, hanno esaminato il resto della documentazione, tirando fuori altri 50 milioni.
La tecnica è quella del cosiddetto “smurfing”, cioè lo spezzettamento delle cifre per non superare il limite di 2.000 euro imposto dalla legge.
Ma perché gli imprenditori cinesi hanno bisogno di fare “smurfing”? Perché, spiega la Finanza, quei soldi arrivano in gran parte dall’evasione fiscale, dalle vendite al nero incassate in contanti, dallo sfruttamento della manodopera clandestina, e dunque non se ne poteva giustificare la provenienza contabile.
Alcuni esempi aiutano a capire. Sei imprenditori cinesi indagati, tutti residenti in provincia di Roma, hanno inviato in Cina oltre 6 milioni di euro, ma non hanno mai fatto la dichiarazione dei redditi, cioè sono evasori totali. Altri 21, di cui 7 a Prato, 6 a Firenze e 8 a Roma, hanno presentato dichiarazioni irrisorie, e ciò nonostante hanno esportato oltre 22 milioni di euro. Diciannove amministratori di società di capitali hanno sottratto dalle casse aziendali 3.800.000 euro, anche questi spariti.Ma nel frattempo sono andate avanti le classiche verifiche fiscali sulle aziende coinvolte nella prima fase delle indagini, che hanno portato al sequestro di beni per oltre 12 milioni di euro, anche questi frutto di evasione.
In totale sono 558 le imprese cinesi che hanno spedito all’estero 300 milioni, 581 gli imprenditori denunciati, 207 le aziende sequestrate.
La novità è che per la prima volta la Cina collabora. La magistratura di Pechino ha accettato una rogatoria internazionale promossa dal sostituto Suchan e ha promesso di proseguire gli accertamenti in Cina sui beneficiari dei trasferimenti dall’Italia. Spagna, Francia, Inghilterra e Ungheria si stanno interessando all’indagine perché sanno che anche in quei paesi accadono cose simili. E il generale Vicanolo ha colto l’occasione per sottolineare la pericolosità dell’uso dei contanti (da settembre la soglia è scesa a mille euro) e dei “colletti bianchi” (gli intermediari finanziari) che possono trasformarsi in straordinari alleati per gli esportatori di capitali.
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