Il Tirreno

Prato

False buste paga, denunciati 11 cinesi

I documenti sarebbero serviti a favorire le pratiche di ricongiungimento coi parenti rimasti nel paese di origine

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PRATO. Buste paga, modelli Cud, lettere di assunzione: era tutto falso. Lo hanno scoperto i carabinieri del Nucleo presso l’Ispettorato del lavoro indagando sulla documentazione presentata da undici cinesi per ottenere il nulla osta necessario alle pratiche di ricongiungimento con un folto gruppo di parenti residenti in Cina.

Ora gli 11 orientali dovranno rispondere di contraffazione di documenti, ai sensi della legge sull’immigrazione, e rischiano condanne da uno a otto anni.

L’indagine dei carabinieri dell’Ispettorato del lavoro è partita dalle segnalazioni ricevute dallo Sportello unico per l’immigrazione della Prefettura. Allo sportello arriva regolarmente la documentazione degli stranieri che vogliono chiedere il ricongiungimento coi familiari rimasti nel paese di origine. Una possibilità che la legge italiana sull’immigrazione concede solo a patto che vengano rispettate alcune condizioni. Tra queste la più importante è di avere un lavoro. E qui casca l’asino, perché secondo quanto accertato dai carabinieri, in attesa del vaglio della Procura, gli undici cinesi denunciati un lavoro non ce l’avevano e se ne sono inventato uno fasullo.

O meglio, non si esclude che gli 11, di età compresa tra i 30 e i 46 anni, abbiano effettivamente un’occupazione (altrimenti sarebbe difficile per loro rimanere in Italia) ma può darsi che siano impiegati senza un regolare contratto di lavoro. Questa condizione, che rappresenta un vantaggio quando si tratta di pagare (o di non pagare) le tasse, diventa un handicap quando si vuole ottenere il ricongiungimento, e così qualcuno ha pensato di fare carte false.

Documenti fasulli che, secondo i carabinieri, in alcuni casi erano anche ben fatti, in altri erano contraffazioni abbastanza grossolane, fotocopie di buste paga sbianchettate per sostituire il nome, idem per i modelli Cud.

Complessivamente erano 24 i cinesi che avrebbero dovuto arrivare grazie a queste pratiche. Alcuni nulla osta sono già stati rilasciati dalla Prefettura e forse verranno annullati. In gran parte i cinesi si sono “appoggiati” ad aziende italiane che sono risultate all’oscuro di quanto si stava facendo alle loro spalle. Si tratta di cooperative di trasporto e facchinaggio e, aggiungono i carabinieri, di «una nota azienda di trasporti».

Ma chi ha fornito ai cinesi gli originali delle buste paga che sono poi serviti per fabbricare i falsi? E’ questa la seconda fase delle indagini, ancora in corso. Si sospetta che alcuni soggetti italiani abbiano fatto avere agli orientali i documenti, probabilmente in cambio di soldi, come è prassi in questi casi.

Il mercato delle false dichiarazioni, a Prato e in altre parti del paese, è nato insieme alla prima immigrazione orientale e l’indagine del Nucleo dei carabinieri presso l’Ispettorato del lavoro è solo l’ultima conferma di un fenomeno che sembra ormai connaturato alle pratiche dei permessi di soggiorno.

Paolo Nencioni

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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