Finanza
«Si rischia un mercato dei permessi»
L’allarme dell’assessore Silli sulla possibilità per il datore di lavoro di far emergere i clandestini pagando una multa
PRATO. In teoria potrebbe essere una rivoluzione, in pratica forse cambierà poco, ma intanto le nuove norme approvate dal governo in tema di immigrazione fanno salire la temperatura del dibattito politico.
Passato il clamore sui tagli alla sanità e l’addio al posto fisso per gli statali, previsti dalla “spending review”, ci si è accorti che il governo ha approvato un decreto legislativo che mette mano alla normativa sull’immigrazione. E che promette di produrre effetti anche qui da noi, in una delle capitali italiane dell’immigrazione. Il decreto, recependo una direttiva europea, prevede sostanzialmente due cose. In primo luogo la concessione di un permesso di soggiorno di 6 mesi, rinnovabile, ai clandestini che denuncino i datori di lavoro che li sfruttano. In secondo luogo una breve fase transitoria durante la quale lo stesso datore di lavoro può dichiarare di avere alle sue dipendenze clandestini e farli “emergere”.
Sulla carta, si diceva, è una rivoluzione. Basti pensare alle migliaia di clandestini “pratesi” che potrebbero emergere. Nella realtà, guardando solo ai cinesi, è difficile che possa funzionare. Nonostante qualcuno ne parli ancora come di schiavi, il classico orientale che arriva in città da clandestino sa bene a cosa va incontro. Cerca il permesso di soggiorno, sì, ma ancor prima il vitto, l’alloggio e la protezione forniti dal connazionale confezionista, e dunque è difficile che scelga di segare il ramo su cui è seduto.
«La questione è già all’ordine del giorno della Commissione immigrazione dell’Anci, ne parleremo il 19 luglio - commenta l’assessore all’Integrazione Giorgio Silli - Intanto posso dire che è un atto di grandissima civiltà. Detto questo, condivido tutti i dubbi sull’effettiva portata per i clandestini cinesi, che hanno poche motivazioni per emergere». Anche perché il permesso di soggiorno verrebbe concesso a chi è stato vittima di «grave sfruttamento», e il concetto sembra prestarsi a troppe interpretazioni.
Il vero rischio, secondo l’assessore Silli, è un altro. «La possibilità per il datore di lavoro di autodenunciarsi - avverte - mi pare una follia. Se sono vere le cifre che circolano, lo sfruttatore di manodopera clandestina potrebbe accettare di pagare mille euro per ogni clandestino che fa emergere e chiederne il doppio o il triplo ai lavoratori. Insomma, nascerebbe un mercato dei permessi».
In realtà, oltre alla multa di mille euro, il datore di lavoro dovrebbe anche saldare gli omessi versamenti fiscali, previdenziali e assistenziali. Solo il testo definitivo della norma chiarirà meglio la questione.
Non ha dubbi invece Alessandro Fabbrizzi, segretario della Camera del lavoro Cgil. «Da sempre pensiamo che il problema del sommerso si risolve facendolo emergere nella legalità - spiega Fabbrizzi - Tutto quello che può servire a far emergere il lavoro nero o clandestino va bene, tenuto conto che non c’è uno strumento risolutivo, e serve un’azione continua».
«Quanto all’autodenuncia dei datori di lavoro - aggiunge - è ovvio che bisogna vigilare. Questo è il paese dove fatta la legge si trova sempre l’inganno. Bisogna evitare di favorire un mercato dei permessi».
Non lontano da Prato, a Pontedera, si sono spinti un po’ più in là, decidendo di dare la cittadinanza onoraria ai figli di genitori stranieri nati in Italia. Su questo l’assessore Silli è decisamente contrario. «Non credo nello jus soli ma nemmeno nello jus sanguinis. Non basta essere nati in Italia per essere cittadini italiani. D’altra parte le norme attuali, per le quali in media servono 14 anni per diventare cittadini italiani, avrebbero bisogno di essere modificate».
Paolo Nencioni
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli Il Tirreno per le tue notizie su Google
