Sicurezza
Il caso dei falsi attestati Sigilli a 10 bar e ristoranti
I titolari cinesi non sanno una parola di italiano ma dicono di aver frequentato corsi nella nostra lingua. La Finanza indaga su un centro di formazione laziale
PRATO. Le false patenti si comprano a Napoli o a Roma, vicino alla Stazione Termini. Gli attestati di formazione professionale si comprano nel Lazio.
C’è questo sospetto, che in realtà è un po’ più di un sospetto, dietro agli accertamenti della guardia di finanza che giorno dopo giorno controlla e chiude ristoranti e bar gestiti da cinesi.
Ne abbiamo scritto lo scorso 20 giugno, quando abbiamo riferito del sequestro amministrativo del Ristorante Internazionale di via Roncioni e di un bar in fondo al viale Galilei. Nel frattempo, in due settimane, altri otto esercizi pubblici gestiti da orientali hanno fatto la stessa fine: controllo e sequestro amministrativo, che vale a dire chiusura fino a quando non verranno dimostrati i requisiti per ottenere la licenza.
E’ una guerra silenziosa che viene combattuta in sordina. I cinesi non protestano, mettono tutto in mano agli avvocati e sperano di risolvere il problema senza troppo clamore.
All’origine dei sequestri, che finora hanno riguardato una decina di locali, c’è una semplice domanda che si sono posti i finanzieri della Compagnia. Com’è possibile che i titolari delle licenze di somministrazione di alimenti e bevande spesso non conoscano una parola di italiano? In questo caso non è una questione di discriminazione etnica o linguistica. Insomma, i ristoranti e i bar non vengono chiusi perché il titolare non sa l’italiano. Vengono chiusi perché tra i requisiti per ottenere la licenza c’è l’aver frequentato un corso di formazione professionale, in base alla legge regionale 28 del 2005, cioè il Codice del commercio. E visto che i corsi vengono tenuti in lingua italiana, c’è il sospetto, come detto, che chi non conosce la nostra lingua non li abbia veramente frequentati.
Secondo quanto è stato possibile accertare finora (le indagini sono coperte da riserbo), tutti gli attestati mostrati ai finanzieri dai titolari di ristoranti e bar cinesi sequestrati sono stati rilasciati da un unico centro di formazione, che ha sede nel Lazio. Ed è lì che si sta indagando per capire se si tratti di attestati veri o fasulli, ed eventualmente se è fiorito un “mercato dei documenti”.
Gli accertamenti procedono su due binari. Da una parte la Compagnia della guardia di finanza controlla i locali cinesi e fa scattare i sequestri amministrativi in base alla legge regionale. Dall’altra in Procura è stato aperto un fascicolo con l’ipotesi di falso. O meglio, un fascicolo a Prato e un altro nel Lazio, dove ha sede il centro di formazione professionale.
Se davvero gli attestati vengono venduti senza che il titolare del locale sia costretto a frequentare un corso, l’eventuale reato si realizza quando l’attestato viene usato per ottenere la licenza commerciale, e dunque a Prato, nel caso dei ristoranti e bar controllati in città. Ma le contestazioni potrebbero riguardare anche il titolare del centro di formazione laziale. Come detto, l’indagine è coperta da un velo di riserbo, ma se venisse dimostrato che i cinesi di Prato vanno a compare gli attestati di formazione nel Lazio, è verosimile che non ci vadano solo loro. Nella comunità funziona un po’ così: si sparge la voce che si è aperto un canale e chi è interessato lo usa. Funziona per le patenti, dove i falsari con base a Roma e Napoli si sono fatti d’oro. Potrebbe funzionare anche per gli attestati. Ed è per questo che l’inchiesta sembra avere un respiro di carattere nazionale.
Paolo Nencioni
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