Il Tirreno

Prato

Si studierà italiano anche in Mongolia

di Maria Lardara

Liu Chan dirige la scuola di via Donizetti aperta ai cinesi Un’esperienza che intende esportare anche in Oriente

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PRATO. Da otto anni a questa parte anche Prato ha la sua "Città proibita". Badate bene, il riferimento al grandioso complesso architettonico di Pechino è puramente casuale: quella di Liu Shan, con sede in via Donizetti, è la scuola d’italiano che mediamente un migliaio di orientali sceglie ogni anno per imparare l’alfabeto di Dante. Ora la direttrice Shan, ormai pratese d’adozione (il suo bambino, nato in Italia, frequenta le medie a Prato), ha intenzione di volare ancora più in alto e di mettere in piedi una sezione distaccata della sua scuola nella Cina settentrionale. Un ponte che unirà le sponde di Prato e Hohhot, capitale della Mongolia cinese (dunque nell’orbita del governo di Pechino), lungo quel binario di scambio che è dato dall’università scelta dagli studenti cinesi, sempre più attratti dall’Italia e, in particolar modo, da Firenze, culla della moda, arte e design. La succursale della "Città proibita" in terra di Oriente aprirà in autunno, sempre che l’iter burocratico proceda regolarmente: così Liu Shan spera di riuscire a mettere ali al sogno di portare in Italia tanti studenti cinesi universitari in grado già di coniugare il nostro congiuntivo. Per questo nell’ultimo anno la sua scuola ha fatto passi da gigante, stringendo accordi con le prestigiose università per stranieri di Siena e Perugia, oltre alla società Dante Alighieri per l’insegnamento del livello A2 con il rilascio di tutte le certificazioni (quello che consente di evitare il test di italiano per conseguire l’ex carta di soggiorno). La scelta di Hohhot per questo progetto fuori confini è stata partorita perché lì Liu Shan e il suo staff di collaboratori di Prato (una decina, per lo più italiani), s’appoggeranno a un istituto americano, la “Rise”, dove già i giovani cinesi studiano inglese. Presto, alla “Rui Xing” (così si chiamerà la “Città proibita” di Liu Shan in trasferta), potranno acquisire le minime competenze linguistiche necessarie prima di fare le valigie per l’Italia. In mezzo a una quindicina di aule e a una superficie di quasi 1.800 metri quadri ci sarà posto così anche per un pezzettino di Prato. «Ho girato per la Cina prima di individuare la sede giusta - racconta Liu -. Vero è che a Pechino e Shanghai esistono già scuole d’italiano appoggiate a strutture in loco. Finché ho trovato la disponibilità a collaborare di una prestigiosa realtà americana nella Mongolia cinese». La Cina diventerà così più vicina per gli insegnanti che qui a Prato lavorano già con Liu. Fra i primi a partire potrebbe essere Alessandro, che per la “Città proibita” segue i progetti di sviluppo. «Negli ultimi quattro anni il fenomeno degli universitari cinesi in Italia è cresciuto. Il nostro progetto è mirato a dare gli strumenti agli studenti universitari per venire nel nostro paese, non per “formare” i futuri immigrati che scelgono Prato o altre città per lavorare. Del resto, si sta verificando un cambio generazionale anche fra gli utenti che si vedono qui: sono giovani che hanno più interesse verso lo studio che il lavoro».

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