Il dolore
La città è un po’ addormentata forse è l’ora di svegliarla
L’artista di via Mazzini: «Vi sono spazi elitari che potrebbero essere restituiti ai cittadini: penso a palazzo Pacchiani o al giardino Buonamici. E in centro storico mancano le panchine»
PRATO. Laura dipinge mentre bussano alla sua porta. E che porta. Undici anni fa, quando l’artista svizzera di nascita e pratese d’adozione era in cerca di un fondo in centro, fu una maniglia intarsiata di ferro a colpirla. Era qualcosa che sapeva di vecchio e vissuto. Il dettaglio non le sfuggì. Dove tanto tempo fa lì c’era la bottega di un idraulico. Laura dipinge e, tra una sigaretta e l’altra, si ritaglia il tempo per annaffiare le piante, conversare con vicini e amici che fanno capolino in bottega. Fino a poco tempo fa prediligeva una tecnica a base di acrilico e pigmento, ultimamente ha riscoperto il mondo del bianco e nero in punta di matita.
Laura e il mondo dei gatti. In realtà Laura è… Lauraballa. E guai a chiederle il cognome di battesimo. Per tutti lei si chiama così. Anche e soprattutto per i tanti che ne apprezzano l’arte: un universo popolato di gatti, bambini, ricordi e figure umane avvolti in atmosfere oniriche e cariche di simboli. La quotidianità la vede fare la spola tra l’abitazione di via del Serraglio e la bottega di via Mazzini. Rigorosamente in bicicletta. E questo le piace. Eccome se le piace. «A Prato si sta bene. Si sa, è la gente a fare i luoghi. Ero un’extracomunitaria quando ma undici anni fa, quando decisi di aprire uno studio d’arte in via Mazzini, fui accolta bene». La chiamano la pittrice dei gatti ma lei storce il naso. Eppure nella sua bottega i felini impressi su tela sono diversi. «No dai, sono pochi. Contali – mi sorride - . Era il periodo iniziale della mia produzione pittorica, ultimamente mi concentro su altri soggetti. Ma sono cresciuta sempre con i gatti, non potrei farne a meno. A casa ne ho due».
Un po’ di Prato in bottega. Nella vetrina dello studio d’arte, dove sventola un cartellino simpatico con gli orari di apertura "quasi sicuri", campeggia un omaggio a Prato. Un ricordo alla pratese Nara Marconi, da cui prende il nome il centro anti-violenza. Nel mezzo si staglia un albero impreziosito di vigorose pennellate color oro, tutt’intorno invece è una cartolina della città laboriosa in bianco e nero, con le maestranze sedute al telaio. «Il padre di Nara piantò quell’albero ben sapendo che non l’avrebbe mai visto crescere», rammenta Lauraballa. Non toglietele mai la bicicletta. L’artista ha un discreto piglio ecologista. «I pratesi dovrebbero lasciare di più la macchina a casa. E costruire una pista ciclabile lungo il Bisenzio è stata una bella mossa. Questa è una città che avrebbe grandi potenzialità ma tutto viene sfruttato nei minimi termini». A questa creativa 37enne con il pollice verde, solita mettere fuori le piante dalla soglia della bottega per far prendere a queste un po’ d’aria, la notte porta consiglio. «Ci pensavo stanotte: c’è ancora la chiatta sul Bisenzio ma perchè non è utilizzata? Perché non mettere dei tavolini? Il binomio fra città e il suo fiume andrebbe più valorizzato». E Lauraballa ha un debole per i fiumi. «L’acqua è vita: perché in centro storico non ci sono fontane? E dove sono le panchine? Per la mia città sogno panchine anche un po’ artistiche come quelle che hanno installato nel centro di Orvieto, l’una diversa dall’altra». Visto con gli occhi dell’artista, «il centro storico dovrebbe più mettere in collegamento spazi e persone». Un esempio? Palazzo Pacchiani, così poco sfruttato in via Mazzini, a pochi passi dalla bottega di Lauraballa.
Suggestioni dal Duomo. Due dei tanti aneddoti che racconta Laura hanno come scenario piazza Duomo. Per quella l’artista nutre una suggestione particolare. Emozioni, percezioni sottili legate a una porta puntellata di ferro, quella sempre chiusa, situata nella parte laterale del Duomo all’altezza del campanile. «Non so perché – racconta - ma immagino che dall’altra parte vi sia un mio amico». Quello snodo verso via Garibaldi è come magico per l’artista in bicicletta. «Una volta il vento mi fece volare solo uno degli schizzi che erano riposti nel cestino. Me ne volò solo uno e finì in cima al campanile. Fu bellissimo». E sarebbe anche bello se la città si riappropriasse dei suoi spazi. «Tendenzialmente a Prato regna una monovisione. Si tende a trasformare i luoghi nuovi in spazi elitari. Prendiamo il giardino Buonamici. Questa estate ci fanno degustazioni, serate jazz. Ma perché non aprirlo sempre ai cittadini, ad esempio, mettendoci dei giochi per bambini?». E mentre Lauraballa s’interroga, s’accende l’ultima sigaretta.
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli Il Tirreno per le tue notizie su Google
