Il Tirreno

Prato

Da ambulante a fabbro con un grande amore per la città

di Maria Lardara
Da ambulante a fabbro con un grande amore per la città

Moustapha, operaio del Senegal, non nasconde l’ammirazione per l’imprenditorialità dei pratesi ma invita gli amministratori locali a spargere i semi della cultura e della conoscenza reciproca

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PRATO. Come Prato fu generosa nei suoi confronti undici anni fa, così ora lui vorrebbe ricambiare il favore e l’accoglienza manifestata verso quel ragazzo arrivato dal Senegal, con una valigia piena di sogni e speranze. Magari con un progetto imprenditoriale che favorisca investimenti pratesi in quella perla assolata dell’Africa.

Quel ragazzo si chiama Moustapha Diagne, oggi è il vicepresidente dell’associazione dei senegalesi di Prato e ormai ha una vita più che “integrata” nel tessuto pratese. Non ultimo, in questo lungo arco di tempo, si è fatto anche un mestiere che è un'arte. Quella del fabbro, lavorando in un’officina italiana «dove – ironizza – l’unico straniero sono io».

Ma con i colleghi pratesi (d’adozione e non), Moustapha va d’amore e d’accordo. «Ne ho sempre ammirato le qualità e il senso di responsabilità: i pratesi sono un popolo di lavoratori e da loro ho imparato molto». Certo, Prato non è una metropoli. Abituata forse più a vedere più occhi a mandorla che gente di colore. «In questi anni ho avuto a che fare con qualche luogo comune, come quello che se sei un africano dalla pelle nera, sei ignorante e non puoi avere studiato. Chiusura e mentalità provinciale non riguardano però solo la realtà pratese».

Figlio di sindaco

Scavando a fondo nella vita di Moustapha, si scopre che il 38enne senegalese ha frequentato l’università quando viveva laggiù, a 40 chilometri da Dakar, in una cittadinadi 50mila abitanti amministrata dal padre che è sindaco. Insomma, non è certo uno che proviene da una famiglia povera. «Sono una mente libera, volevo farmi strada da solo. A Prato viveva da tanti anni mio cugino. Faceva l’operaio tessile. Un giorno mi telefonò e mi convinse a venire in questa città. Ma mi resi conto che non era la terra promessa di cui mi avevano parlato». In effetti, la strada da percorrere si presentò a Moustapha tutta in salita.

I miei giorni da ambulante

Per tanti suoi connazionali è una costante. Il giovane senegalese nel 2001 si ritrovò a vivere l’esperienza dell’ambulante, come tanti senegalesi che per la prima volta mettono piede in Italia. «Lo feci per due giorni e basta», racconta. Il destino volle subito sorridergli: Moustapha trovò rapidamente un angelo custode. A notarlo mentre vendeva fazzolettini e portafogli, all’angolo tra via Garibaldi e piazza Mercatale, fu un architetto che aveva lo studio nei paraggi. «L’accoglienza fu straordinaria: fu questa persona a procurarmi un lavoro e iniziai a lavorare in un’officina da fabbro con colleghi tutti italiani, sempre qui a Prato. Negli anni successivi, cambiai azienda ma non settore. Presto arrivò anche la regolarizzazione e iniziai a mettere subito radici in questa città. Alla quale non volterei mai le spalle. Non sceglierei altro posto dove vivere ed è a Prato che voglio dare il mio contributo a livello di partecipazione e cittadinanza attiva. Vorrei che i cittadini stranieri fossero più coinvolti nella vita sociale di questa città, nelle attività di volontariato» E i pratesi? Moustapha spende parole di affetto per la comunità che lo ha accolto a braccia aperte, anche se non sono tutte rose e fiori. Senghor nel cuore

Per un “senghoriano” convinto, come si definisce lui portando nel cuore il ricordo del leader illuminato e del cantore della negritudine, si devono spargere i semi della cultura, quella della conoscenza reciproca. «Nel corso degli anni la politica locale non è stata in grado di dare risposte e di accompagnare i processi di cambiamento economico e sociale. I nostri amministratori usano la carta della pratesità per mascherare i veri problemi della città».

In questo spaccato di vita pratese c’è anche spazio per toccare la questione sicurezza. «La sensazione è quella di essere passati dalla percezione dell’insicurezza sotto la giunta Romagnoli all’insicurezza reale sotto la giunta Cenni. I cinesi sono perennemente sotto l’occhio del ciclone. Quando si parla di programmi per l’immigrazione si pensa solo a loro, spesso dimenticando le altre comunità che hanno bisogno di politiche d’inclusione».

La quotidianità di Moustapha si dipana tra casa, lavoro, pochi svaghi e molto impegno sociale.

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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