La manifestazione
Gli affari della ’ndrangheta in città
Un boss pentito rivela: la mia cosca ha investito nel commercio di gioielli a Prato. Forse tramite l’amante ucraina
PRATO. Una cosca di ’ndrangheta ha fatto affari con la compravendita di gioielli a Prato negli anni scorsi. La rivelazione è stata fatta martedì dal boss Nino Lo Giudice, ex capo dell’omonima cosca e ora pentito, nel corso di un processo a Reggio Calabria. Rispondendo alle domande del pubblico ministero Beatrice Ronchi, sostituto della Direzione distrettuale antimafia, Lo Giudice ha detto che la cosca ha reimpiegato i proventi delle estorsioni in giro per l’Italia: commercio di auto di lusso e di legname a Milano, investimenti immobiliari a Padova e, appunto, commercio di gioielli a Prato.
Sul punto Nino Lo Giudice non è stato molto dettagliato e la questione in realtà non è stata approfondita in aula. Il commercio di gioielli sarebbe stato gestito dal fratello del boss pentito, Luciano, che pentito non è e non ha interesse a raccontare quello che ha fatto a Prato. Si sa però che gli affari della ’ndrangheta in città risalirebbero ad alcuni anni fa, probabilmente tra il 2003 e il 2004.
A gestirli potrebbe essere stata una donna straniera, di origini ucraine, che è stata anche compagna del boss.
«Finora Lo Giudice non aveva mai parlato di Prato - spiega il pubblico ministero Beatrice Ronchi - Si era limitato a parlare di affari fatti in Toscana. Abbiamo già dato incarico alla polizia giudiziaria di verificare queste nuove informazioni e speriamo di chiarire al più presto il punto». Forse già alla prossima udienza che è fissata per il 26 giugno.
Non si tratterebbe comunque di un semplice “compro oro”, ma di una vera e propria gioielleria o di un’attività di vendita all’ingrosso. Ne è convinto anche l’avvocato Filippo Caccamo, che insieme ad Aldo Casalinuovo difende il boss pentito.
Una presenza discreta quella della ’ndrangheta in città, a differenza della camorra che in più di un’occasione è finita sotto i riflettori della cronaca.
Il processo in corso nell’aula bunker di Reggio Calabria vede tra gli imputati anche il fratello Lo Giudice, Luciano, e l’ex ufficiale dei carabinieri Saverio Spadaro Tracuzzi, accusato di concorso esterno in associazione mafiosa.
Lo Giudice ha riferito anche del ruolo apicale, col grado di “padrino”, che ha assunto nella cosca dopo la morte del padre, Giuseppe, ucciso nel giugno del 1990 durante la guerra di mafia.
Il pentito si è soffermato, inoltre, sugli attentati compiuti nel 2010 a Reggio Calabria contro l’ufficio della Procura generale e l’abitazione del procuratore generale Salvatore Di Landro e sull’intimidazione compiuta ai danni dell’allora Procuratore della Repubblica, Giuseppe Pignatone, con un bazooka lasciato nei pressi della Dda, confermando di essere stato lui il mandante e di averne affidato l’esecuzione ad Antonio Cortese e Vincenzo Puntorieri, imputati anche loro nel processo.
Insomma una cosca di tutto rispetto, che a un certo punto ha deciso di investire una parte dei propri soldi anche a Prato. (p.n.)
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