Il Tirreno

Prato

La città ascolti i suoi giovani Il futuro è nelle loro mani

di Alessandro Pattume
La città ascolti i suoi giovani Il futuro è nelle loro mani

Il sacerdote di San Bartolomeo è critico verso la politica («Servono persone con la schiena dritta») ma anche verso la stessa Chiesa: «E’ ora che si svegli, non può occuparsi soltanto di carità»

4 MINUTI DI LETTURA





PRATO. «Cosa fareste vedere di Prato a qualcuno venuto a trovarvi da lontano?». L'intervista a don Marco Natali, 65enne parroco di San Bartolomeo, comincia così: con una domanda, invece che con una risposta, che però non ha niente a che fare col turismo e molto, invece, con il senso d'appartenenza ad una città alle prese con grandi cambiamenti. E' solo l'inizio di una lunga riflessione che coinvolgendo politica, chiesa e giovani si trasforma in un ritratto impietoso ma non privo di speranza dell'ex città del tessile.

Onorio. Don Marco Natali, arrivato in seminario a Prato nel 1965 dopo aver fatto il muratore fino a vent'anni, da tempo racconta di Onorio anche nei licei pratesi. «Con lui ho capito cosa significa essere e sentirsi pratesi - comincia - Era un operaio della Valbisenzio che ho conosciuto negli anni Settanta, non ricordo il cognome: un ex partigiano e un bestemmiatore impenitente che quando parlava di Prato, però, cambiava radicalmente. Venivano i parenti in visita e lui li portava a vedere palazzo Pretorio e il Comune, gli raccontava la storia della sacra cintola. Era affascinante perché trattava Prato come casa sua e non come cosa sua - spiega don Natali - Questa è la grande differenza con i giorni nostri. Se vi viene a trovare qualcuno da lontano, dove lo portate oggi? La risposta più comune sarebbe: ai Gigli». In questo, soprattutto, sono cambiati i pratesi negli ultimi decenni, non solo dal punto di vista economico e politico. «La bellezza non sembra interessarci più - commenta il parroco di San Bartolomeo - I cinesi non si sentono pratesi di certo, ma anche noi forse abbiamo rinunciato. Onorio invece, nella sua coscienza operaia e contadina, aveva un gusto raffinato per le cose belle di casa sua, le voleva condividere. Quando oggi si parla di pratesità forse dovremmo pensare a questo: riscoprire la bellezza di casa nostra e anche quella delle persone che ci circondano, aprirci alle parole, raccontare e ascoltare gli altri, conoscere anche le cose più belle delle culture altrui».

La città e la politica. La Prato di don Natali è una pietra dalle tante sfaccettature. «Fino a vent'anni fa Prato era solo un gigantesca fabbrica abitata, ma di recente - racconta - andando in bicicletta, mi sono accorto che qua e là sono tornati a spuntare gli orti. Un ritorno alla terra credo sia positivo per tante ragioni, soprattutto per ricordarsi il valore che ha la terra su cui camminiamo. Specialmente dopo vent'anni di Berlusconi, mandato via, questo sì che fa tristezza, perché ha impoverito tutti e non perché piuttosto ha distrutto la coscienza di un popolo. Tutti adesso parlano di antipolitica - prosegue don Natali - Ma l'antipolitica non è Grillo, l'antipolitica sono i partiti, anche come il Pd, che evitano di decidere e così facendo distruggono la fiducia dei cittadini. Io penso che ci sia bisogno di persone con la schiena diritta - conclude - che riscoprano i principi fondamentali della Costituzione e lo facciano anche in favore dei deboli e dei poveri, una categoria di persone purtroppo sempre più grande».

Giovani e chiesa. «In una città priva di appuntamenti culturali forti e strutturati, nelle scuole noto finalmente una gran sete di politica - racconta don Marco Natali - I sentimenti di appartenenza stanno tornando e i giovani, grazie anche all'aiuto degli insegnanti straordinari che riempiono le scuole pratesi, stanno imparando a lottare contro la paura del futuro e a rivendicare spazi politici mettendo avanti la propria appartenenza a questa città, qualsiasi opinione essi abbiano. Vogliono contare, vogliono smettere di essere solo clienti e hanno capito che potranno essere il futuro solo se combattono bene per il presente. Anche Onorio - conclude - La penserebbe così, ne sono sicuro».

«Spero che anche la Chiesa si svegli presto - dice - Abbiamo un laicato bigotto e un presbiterio tradizionalista. Siamo geniali quando si tratta di fare la carità ma carenti quando si devono trattare argomenti come legalità e cittadinanza attiva: il rischio, alla fine, è quello di diventare folcloristici. Il concetto intorno al quale riflettere credo però sia quello di fedeltà - aggiunge - Un vescovo dovrebbe esigere fedeltà, non obbedienza. Ma questo è anche il grande limite della chiesa cattolica: essere una struttura ferocemente basata sulla monarchia assoluta».

©RIPRODUZIONE RISERVATA

Non lasciare decidere l'algoritmo:

scegli Il Tirreno per le tue notizie su Google

Cronaca flash

Lutto

Addio a Fabio Vantaggiato, direttore generale di Gesam Reti

di Redazione Lucca