Il Tirreno

Prato

La disperazione non può dipendere solo dai debiti

Nel disorientamento generale che caratterizza questa nostra tormentata storia, il Vescovo Gastone Simoni, ancora una volta, ha saputo ribaltare i paradigmi del nostro modo di ragionare. In occasione...

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Nel disorientamento generale che caratterizza questa nostra tormentata storia, il Vescovo Gastone Simoni, ancora una volta, ha saputo ribaltare i paradigmi del nostro modo di ragionare. In occasione del concerto di ringraziamento per il ventennale del suo mandato, ci ha invitati, nel tempo della crisi, alla speranza. Lo ha fatto col tono forte del Pastore che invita a recuperare il senso della fede come risposta ultima all'avventura umana, mettendoci nella condizione di riflettere su quali siano le cose che per davvero contano nella vita. Sarebbe riduttivo tuttavia, a mio parere, circoscrivere la riflessione del Vescovo ad un richiamo fatto solo ai cosiddetti credenti. Il suo spunto interroga tutti noi prima di tutto come uomini e donne appartenenti ad una comunità, quindi prima di tutto come cittadini che sono chiamati a capire quali siano le radici e le motivazioni profonde che spingono in questo momento tante persone alla disperazione assoluta. Siamo spesso soli in mezzo a tanti, condannati a portare sulle nostre spalle, il peso delle difficoltà che il quotidiano ci riserva. Non esiste un orizzonte di valori di riferimento condiviso, che ci faccia dire ciò che è importante e quello che lo è meno. Il consumo, la carriera, il successo, il prestigio, appaiono come l'unica vana e provvisoria risposta ad una domanda sopita di senso che in realtà attanaglia la maggior parte di noi.

Siamo proprio sicuri allora che la disperazione nasca esclusivamente da una questione economica? Sono solo i debiti e la crisi il nostro male o vi è qualcosa di più recondito che gioco forza dobbiamo analizzare a fondo? Le domande sono ovviamente retoriche perché non vi è dubbio alcuno che la nostra società ha bisogno di una ristrutturazione culturale non meno impegnativa della pur necessaria ripresa economica.

Il Vescovo ci ha lasciato allora un impegno forte, quello di non disperare ma di rimboccarsi le maniche per costruirci un futuro migliore. Non siamo condannati ad un futuro di solitudine. Sta a noi invertire la tendenza. Occorre creare luoghi di solidarietà e di condivisione,argomenti intelligenti di aggregazione, occasioni di ascolto gli uni degli altri, valorizzare ciò che ci rende uomini e donne destinate alla condivisione di un unico grande destino. Si può fare. Non ha costi. Dipende solo da noi.

Roberto Macrì

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