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Prato

Marchi copiati? «No, ero autorizzato»

Marchi copiati? «No, ero autorizzato»

Il caso emblematico di una ditta cinese accusata di contraffazione. Il titolare produce carte che raccontano un’altra storia

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PRATO. Spesso funziona così: la griffe della moda commissiona il lavoro a un artigiano italiano, che a sua volta lo subappalta a una ditta cinese per lucrare sulla differenza. Quando poi si scopre che magari il cinese usava manodopera clandestina o non rispettava il contratto di lavoro, la griffe se ne lava le mani e dice che non poteva sapere.

Il caso del signor Deng Chunxing, 39 anni, titolare dell’omonima fonderia con sede a Poggio a Caiano in via Michelangelo, è in qualche modo simile. Ieri l’imprenditore cinese, difeso da Stefano Camerini, è comparso in Tribunale per rispondere dell’accusa di aver contraffatto marchi industriali. In particolare i “brand” di Dolce & Gabbana, Max Mara, The Bridge, Dockers e altri, tra cui Diesel e l’immancabile Louis Vuitton.

Sembrava un caso facile facile, come ne passano tanti a Palazzo di giustizia: la Finanza sequestra i marchi contraffatti, il cinese viene processato e condannato. Ma stavolta l’imprenditore orientale di Poggio a Caiano sembra avere le pezze d’appoggio per dimostrare che almeno due dei marchi in questione lo avevano direttamente o indirettamente autorizzato a produrre la merce che poi è stata sequestrata (minuteria metallica da apporre sulle borse).

In una memoria difensiva depositata dall’avvocato Camerini si riporta la testimonianza della moglie dell’imprenditore, che tiene i rapporti coi committenti in quanto il marito non parla bene l’italiano. La donna spiega che i marchi sequestrati il 25 giugno 2009 nella ditta cinese sono stati in parte consegnati da imprenditori italiani per realizzare dei campioni, ma ce ne sono alcuni che sono stati forniti a Deng Chunxing da un paio di committenti italiani, aziende di Monsummano e di Scandicci che, stando ai documenti prodotti dal cinese, sono stati espressamente autorizzati sia da The Bridge che da Max Mara. E allora come la mettiamo? E’ stato il cinese a fare carte false per copiare i marchi oppure sono stati i committenti italiani ad appoggiarsi alla sua piccola fonderia per lucrare sulla differenza di prezzo?

Sarà il giudice monocratico Carmen Napolitano a dirimere la questione. Intanto, su istanza dell’avvocato Camerini, ha rinviato gli atti in Procura perché mancava la traduzione dall’italiano al cinese. La Procura dovrà fare un’altra citazione a giudizio e nel migliore dei casi se ne riparlerà tra un anno.

Il legale della fiorentina The Bridge, marchio molto noto nel settore della pelletteria, ha espresso l’intenzione di costituirsi parte civile, ma alla luce dei documenti di cui è in possesso l’imprenditore cinese sembrerebbe che l’azienda fiorentina abbia autorizzato una ditta di Scandicci a produrre la minuteria col proprio marchio e il signor Deng ha in mano numerose fatture emesse proprio nei confronti della ditta di Scandicci. Un caso emblematico, forse la classica punta dell’iceberg di un certo sistema di fare moda.

Paolo Nencioni

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