Sicurezza
«La crisi sta rendendo i pratesi meno generosi verso chi soffre»
La città vista da un volontario della Ronda notturna della Caritas: il popolo della notte, i trans, le prostitute, i senzatetto ma anche persone normali che faticano ogni giorno ad andare avanti
PRATO. Una Prato notturna, lontana dai locali e dai cinema, che si estende dalle poste, alla stazione centrale fino alla tangenziale, questa è la città che vive ogni martedì sera, da sette anni, Gianluca Nucciarelli, volontario della ronda notturna della Caritas.
«Vedo una città che cambia in continuazione, la presenza dei senza fissa dimora è legata a diverse situazioni, dalla condizione economica, al grado di accoglienza da parte della città». Nel 2004 si respirava un clima diverso, probabilmente sull' onda dell' omicidio di due homless, l'attenzione verso queste persone era molto più alta. «Al tempo - spiega Nucciarelli- molte persone ci portavano cibo e coperte. Un bar addirittura ogni sera ci regalava paste e salati da portare a chi dormiva per strada, oggi le cose sono cambiate, complice probabilmente la crisi economica, vedo una minore collaborazione delle persone, in pochi ci segnalano la presenza di senza tetto, in compenso in molti sono pronti a isolarli e ghettizzarli».
La zona della stazione centrale resta il fulcro dell' attività della ronda, che negli anni ha voluto anche cambiare il suo raggio di azione.«Offriamo un panino e una tazza di the anche alle prostitute e ai trans, persone che sono sempre più al margine della società, ma che durante la notte sono al centro dell' attenzione di tante persone».
Sette anni fa i transessuali non avevano ancora occupato piazza della stazione, oggi la loro presenza, in questa zona, supera decisamente quella delle prostitute. «Anche questo dato - spiega Nucciarelli - va letto con una certa attenzione; dove c'è offerta vuol dire che la domanda è molto forte, quindi anche le abitudini e i gusti dei pratesi sono andanti mutando nel corso degli anni». Al contrario sono sempre meno le prostitute e i senza fissa dimora storici, esiste anche in questo caso un cambio generazionale e soprattutto di nazionalità. «Nei primi anni - spiega il volontario - spesso trovavamo donne di 60 anni che battevano alla stazione, ora non ci sono più al loro posto sono arrivate le cinesi. Una cosa non è cambiata; pizza della Stazione resta sempre il regno di donne non giovanissime o non particolarmente curate nell'aspetto». Anche i senza fissa dimora negli anni sono morti, la Ronda ne ha visti seppellire almeno sei. I nuovi senza fissa dimora sono persone che hanno problemi psichici, che non riescono ad affrontare le difficoltà delle vita, sono fragili, nessuno però sceglie di vivere questa situazione, in qualche modo si trovano in strada e poi non riescono ad uscirne.
«Troviamo persone che hanno una casa, ma non riescono a mantenerla e quindi ci chiedono un panino per risparmiare sulla spesa, tra questi ci sono anche italiani, qualche anno fa invece, le motivazione erano diverse, magari di ribellione verso una situazione». «Per tante sera - spiega Nuccarelli - siamo stati almeno un'ora a parlare con i nostri utenti, instaurando un rapporto. In particolare mi ricordo di Luciano che amava leggere i libri e in un'altra vita aveva fatto lo scenografo. Ogni volta che lo chiamavamo per nome o stavano a chiacchierare con lui si illuminava. Ora l'impressione è quella di fare un take away; spesso non sai neppure come si chiamano, prendono il panino, il te e non ci raccontano più nulla, non ci chiedono di essere aiutati a trovare una casa; forse i nuovi poveri sono più consapevoli che difficilmente le cose cambieranno, mi sembrano sfiduciati anche verso il nostro servizio e la città, come dire che non si aspettano più nulla. Un atteggiamento che mi preoccupa e che forse in parte condivido».
«I primi tempi - prosegue - avevamo la presunzione di cambiare la vita di queste persone, ora abbiamo capito che possiamo funzionare solo come centro di ascolto, nei migliori dei casi». I senza fissa dimora sono sempre di meno, alcune sere la Ronda non ne incontra neppure uno. «All' appello ne mancano tantissimi probabilmente hanno trovato rifugio in una delle tante fabbriche abbandonate, ma sicuramente sono molto meno rispetto a quando ho iniziato a fare questo servizio di volontariato. Addirittura mi ricordo di due signore anziane che in un freddo inverno avevano accolto nell' atrio di casa loro un ragazzo nigeriano. Un esempio di grande generosità che non ho più visto ripetersi, anzi negli ultimi tempi la gente non si è neppure più preoccupata per chi, durante le scorse nevicate, si trovava a dormire all' aperto».
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