Il Tirreno

Prato

Una città avvolta nel buio ma ricca di profumi e rumori

di Maria Lardara
Una città avvolta nel buio ma ricca di profumi e rumori

Il presidente dell’Unione italiana ciechi: «Ah, se un giorno riacquistassi la vista correrei ad ammirare gli affreschi del Lippi e il Castello dell’Imperatore, il monumento al quale sono più affezionato»

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PRATO. Il buio non gli fa paura. Non più, da quarant'anni a questa parte. Sensazioni. Rumori. Suoni. Odori. Il profumo della pizzeria a taglio di via Garibaldi che lo fa impazzire, oppure quello del caffè e cornetti appena sfornati che gli ricordano la luce della mattina, anche senza guardare l'orologio. Perché lui, il tempo scandito da lancette, non può seguirlo. Gli occhi avvolti nell'oscurità fanno entrare in gioco gli altri sensi. Così la sua è una Prato diversa: non per come la vedi, ma per come la senti. La si può immaginare, sentire, toccare. Tutti i giorni Riccardo Santini fa così. «Nella mia testa il centro medievale dipinge le pareti di rettangolo irregolare con i lati rappresentati dalla cinta muraria. M'immagino, ad esempio, che all'altezza di porta a Leone le mura storiche siano diverse da quelle che si potrebbero vedere da piazza San Marco».

La vera luce splende nel cuore del presidente pratese dell'Unione italiana ciechi, quando si muove indisturbato tra vicoli e vie del centro storico, avendo come bussola gli altri quattro sensi in funzione. Luoghi e strade che la mente ha dipinto e scolpito nella memoria. Santini procede ora più spedito che in passato, anche senza bastone, complice quel microchip nell'occhio che nei mesi scorsi gli è stato impiantato dal dottor Stanislao Rizzo a Pisa. Un occhio "bionico" capace di migliorare la sua qualità di vita di un non vedente, dando la possibilità di riconoscere gli ostacoli lungo il proprio cammino, visibili come ombre nere su uno sfondo luminoso.

Quando nel 1969 Riccardo diciottenne si trasferì a Prato con la famiglia originaria dell'empolese, era già stato colpito da una retinite pigmentosa che, fra il 17 e i 20 anni, lo fece piombare in una progressiva cecità. Della città che lo accolse non aveva fatto in tempo a scrutarne i colori, quello azzurro del fiume Bisenzio che lambiva i prati verdi dell'industriosa terra dei telai. «Solo un ricordo sbiadito da bambino di viale Montegrappa, quando una volta venni a trovare dei parenti. Fui colpito da quel viale lungo e alberato…». L'ex fisioterapista dell'Asl 4 andato in pensione nel 2010 ha preso casa in piazza Sant'Agostino, da dove si dipana il suo quotidiano percorso verso la sede dell'Unione ciechi in via Garibaldi. «I pratesi? Li immagino come soggetti frettolosi: li sento spesso chiacchierare animatamente in piazza San Francesco, all'altezza del bar Magnolfi. Mi capita spesso di sfregarli al mio passaggio. Si capisce che quello è un punto di ritrovo». Il tatto non è solo l'unica arma per orientarsi quando si cammina al buio. La cecità insegna anche ad affinare l'intuitus mentis. Che per Santini è prezioso quando, a una certa ora, in città cala l'oscurità. «In queste situazioni mi sento qualche volta scrutato dalla gente. Il silenzio della notte può incutere timore. Da un anno a questa parte trovo che questo centro storico sia più vivo dopo una certa ora della sera. Sento più voci di persone, il che è più rassicurante. Anche se - confessa Santini - devo dire che qui a Prato non ho mai subito attacchi alla mia persona come tentativi di scippo o altro». All'orecchio di Santini non sfugge la babele delle lingue diverse che compongono il mosaico della città multietnica. Quando si reca dal suo medico in via Pistoiese (a piedi o in autobus), è tutto un rincorrersi di suoni e vocaboli che gli danno l'illusione di sentirsi in Oriente. «Ma anche gli odori di frittura e della soia mi fanno capire che mi trovo a Chinatown. E' un quartiere che mi hanno descritto più volte. Mi piace pensare che i cinesi siano persone basse di statura e con i capelli pettinati all'indietro. Ma in fondo, potrei anche sbagliarmi. Quando ero giovanissimo e ancora in grado di vedere, nella mia Empoli vedevo solo qualche immigrato di colore».

Se un giorno accadesse il miracolo, ovvero quello di poter riacquistare la vista, Santini saprebbe cosa fare subito. «Mi farei una bella passeggiata lungo la pista ciclabile che costeggia il Bisenzio. Ma poi andrei di corsa a vedere la cattedrale con gli affreschi del Lippi. E come dimenticare il Castello dell'Imperatore, forse il monumento cui sono più affezionato…». Siamo sulla Passerella di via Sant'Antonio. A poca distanza sfreccia un treno regionale, subito la bussola naturale orienta il presidente. «E' quello che va verso Firenze, vero?». Rumori, appunto.

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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