Sicurezza
Simboli di libertà nel regno dei diritti negati
Sequestrate tre confezioni: si cucivano maglie con le bandiere. Un made in Italy senza eccellenza
PRATO. Le magliette hanno stampate sul petto le bandiere degli Stati Uniti e della Gran Bretagna. Magliette, made in Italy, da una manciata di euro al mercato settimanale. Eppure così fuori luogo nelle tre aziende cinesi sequestrate ieri in via Galcianese. Quelle bandiere sono i colori di due paesi dove la libertà è uno dei principi fondamentali. Quasi un contrappasso se a cucirle sono persone costrette a vivere e a lavorare l’une attaccate alle altre. Uomini, donne e bambini con tanto di box accanto alla macchina da cucire della mamma e il triciclo dalle ruote impastate di filato rappreso.
Non volano loro, esseri umani che non parlano la lingua del paese che gli ospita, come gli originali delle bandiere riprodotte. Non volano nonostante cerchino di sognare e vivere in una fabbrica trasformata in un formicaio. Si addormentano con la testa attaccata ai muri di cartongesso dove dai poster sorride ammiccante la Natalye di turno, ultima stellina orientale. Vivono le ore di libertà attaccati agli schermi dei computer portatili dove dal video escono immagini della loro Cina. Sognano,forse,quando, fuori da quella topaia calda e puzzolente, indossano le loro scarpine col tacco e le punte piene di paillettes. O , chi lo sa, quando indossano biancheria sexi, di giorno stesa ad asciugare in un luogo dove docce non ce ne sono.
Era tempo dell’ennesimo blitz interforze ieri a Prato. Un cancello, un portone e di là un altro mondo. Uguale, identico, a quello di mille altri blitz. Sembrava di entrare in uno stanzoncino pratese e invece dentro c’erano 24 loculi, 21 persone di cui cinque irregolari in Italia e ben 68 macchine da cucire. No, non è la storia dell’eccellenza del made in Italy. Solo la polvere accumulata in ore e ore di lavoro racconta una storia di bassa qualità. E non è neppure una storia di integrazione: basterebbe avere una parola che descrive il cattivo odore per capire che scambio e interazione sono concetti lontani anni luce.Il bilancio alla fine non è neanche dei peggiori: sequestro preventivo del capannone di proprietà di una società di italiani, sequestro delle macchine da cucire, denuncia per sfruttamento della manodopera clandestina per due dei tre titolari, denuncia per i cinque clandestini. E poi rimozione di tredici bombole del gas (con tanto di biglietto col numero di reperibilità dell’installatore affisso all’ingresso). E raccolta delle testimonianze dei lavoratori.Ovviamente, se in regola, tutti part time e senza neppure una busta paga da mostrare alla squadra interforze (Polizia, Inps, Forestale, Municipale, Asm, direzione provinciale del lavoro, vigili del fuoco).
Ilenia Reali
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