Il dolore
Meno soldi, più gioco d’azzardo
La propensione a tentare la fortuna è inversamente proporzionale alle proprie capacità finanziarie
PRATO. Sono sempre di più quelli che finiscono nella rete del gioco d'azzardo. Un fenomeno che ha ricadute sociali pesanti e che ha visto aumentare il numero delle vittime in seguito alla crisi che ha colpito molte famiglie. Dall'ultima indagine disponibile (effettuata nell'ambito del progetto Alea a cura di Asl e Federconsumatori) è emerso che a Prato si spendono in media quasi mille euro a testa per tentare la fortuna, eppure rientrano nell'identikit del giocatore anche pensionati e disoccupati con capacità finanziaria vicino a zero. Al momento lo sportello d'ascolto, che è rimasto aperto cinque mesi per monitorare il fenomeno non è attivo a causa di mancanza di fondi, ma non appena ripartirà l'intento di Federconsumatori è quello di mettere a punto un progetto mirato in due direzioni: da una parte i giovani e dall'altra i cinesi. Lo ha dichiarato il referente per l'associazione Piero Iannello, nell'ambito di un'iniziativa dedicata al gioco d'azzardo organizzata da Asl in collaborazione con la onlus Arianna. «Si è rilevata una maggiore propensione al gioco da parte dei minori - ha detto Iannello - e allo stesso tempo una tendenza in aumento tra cinesi, che costituiscono il 25% delle persone incontrate alle slot machine dai nostri operatori impegnati a distribuire i questionari per l'indagine. Non eravamo preparati a questa situazione che ha presentato diverse problematiche, a partire da quelle linguistiche, perciò ora stiamo lavorando per superarle: vogliamo gettare un ponte fra noi e loro per misurare l'impatto del gioco d'azzardo sulla comunità orientale».
Per le forze dell'ordine impegnate nel contrasto all'illegalità si pone spesso, anche di fronte a situazioni lecite, un problema di ordine pubblico. «Sono frequenti le risse tra cinesi che giocano alle slot, talvolta degenerate in accoltellamenti - spiega - queste persone hanno capito che giocando per tutto il giorno fin dal mattino presto, la probabilità di realizzare almeno una vincita è altissima. Succede, dunque, che se dopo qualche ora di gioco si fa una pausa e nel frattempo qualcun altro si siede a quella stessa macchinetta e vince, scatta automaticamente la rissa». Ci sono altri casi in cui invece le forze dell'ordine hanno le mani legate e non possono intervenire. «Non sempre, purtroppo, riusciamo a dare quelle risposte che i cittadini ci chiedono - ha aggiunto - in quanto nel gioco il margine di lecito è alto. C'è una normativa che lo tutela e se si vanno a vedere i numeri, si capisce anche il perché: in Italia vengono spesi 76miliardi per il gioco legale di cui circa 9 restano allo Stato al netto delle vincite e del ricavo dei gestori, una bell'azienda che ha distribuito nei locali pubblici 400mila macchinette e impiega 120mila persone. Diverso invece il caso in cui veniamo scoprire che dietro reati di illecito non c'è una persona, ma un organizzazione. Ricordo che nel 2009 abbiamo chiuso con numerosi arresti due indagini sulla criminalità organizzata, che riciclava denaro tramite bische clandestine. In questi casi la risposta giudiziaria c'è, è più difficile che arrivi quando ci chiedono di intervenire sulle singole situazioni di famiglie, in cui uno dei membri si gioca legalmente l'intero stipendio mettendosi in una grave situazione finanziaria. Solo lavorando in sinergia con altre strutture a Prato si potranno ottenere dei buoni risultati". In quest'ottica sta lavorando il Sert che analizza il problema da un punto di vista socio-sanitario. "La ludopatia è una malattia, un desiderio compulsivo difficile da controllare come qualsiasi altra dipendenza", ha chiarito la dirigente del Sert. Quando il gioco non è più semplice divertimento, ma diventa un'ossessione entrano in campo comportamenti patologici con lo sviluppo di stati depressivi legati alla perdita di una sicurezza economica e di conseguenza, anche di autostima. In base a quanto riferito dagli operatori, attualmente sono cinquanta i malati di gioco che si sono rivolti al servizio tossicodipendenze dell'Asl per le cure, nel 77% dei casi uomini. «Il fenomeno è ancora abbastanza sommerso - ha detto Manfredi - in questo momento stiamo lavorando molto sui disturbi comportamentali che rischiano di diventare patologici anche in seguito all'affacciarsi di nuove forme di dipendenza».
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