Il dolore
Dal Mali al Saharawi per lenire le sofferenze
La cooperante pratese vive a Barcellona dove lavora per una Ong catalana «Nel deserto vivi come un rifugiato mangiando solo lenticche e riso»
PRATO. Per quattro anni ha calpestato la sabbia del deserto algerino, ha visto i colori delle terre del Mali e Benin, è volata poi a Damasco per mettere radici infine a Barcellona, salutando così definitivamente Prato. Intanto lei, sempre pronta a fare e disfare la valigia, con il minimo bagaglio per vivere.
Ma Ilaria Ravai, "pratese di Coiano" (come si presenta), non è una turista, anzi. Trentacinque anni, figlia di un imprenditore tessile, ha rischiato la pelle durante le sue missioni in Africa dove nell'ottobre 2008 si è persino beccata la malaria.
Condizioni di salute che non l'hanno certo fatta desistere dal proposito di coordinare i progetti umanitari che aveva lasciato laggiù. I ferri del mestiere, quelli di cooperante internazionale, li aveva appresi durante un master post universitario a Barcellona. E li ha perfezionati sul campo, prodigandosi per i popoli emarginati e facendosi forza anche quando, sotto il sole cocente del deserto dei Saharawi, il nutrimento a base di lenticchie e riso era la regola.
Una scelta di vita così non può non richiedere una dose di abnegazione ma, per carità, non immaginate Ilaria come una specie di crocerossina occidentale. È lei la prima a non volerlo.
«Mi piace pensare piuttosto all'idea di uno scambio reciproco: dalla vita nel deserto ho imparato molto, mi apprezzo di più da quando ho vissuto quelle esperienze. Mi hanno aiutato a sviluppare spirito collaborativo e di autocritica. I Saharawi sono persone forti, sanno quello che vogliono».
E pensare che tutto iniziò da un viaggio in Nicaragua di tre mesi, regalo di laurea dopo gli anni dell'università a Siena, facoltà di Scienze della comunicazione. Era il 2003 e fu a Managua - dove operava un gruppo di catalani impegnati in un laboratorio artigianale per dare mano ai giovani del quartiere - che il mondo della cooperazione fece breccia nel cuore della giovane pratese.
Barcellona, casa mia
Per quel master in cooperazione internazionale, Ilaria mollò casa e famiglia di Prato. Destinazione Spagna, o meglio Catalogna. Barcellona sembrava fatta apposta per lei. «Si sa, sono le persone a fare le città. E a Barcellona mi sono sentita subito a casa. Subito m'iscrissi a un corso di lingua catalana. Le prime collaborazioni arrivarono durante l'anno del master».
L'ingaggio di una Ong catalana specializzata in assistenza medica, "Ojos del mundo", fruttò alla giovane pratese la prima missione nel febbraio 2005 a Kindu, in Algeria, vicino agli accampamenti dove è stata rapita un'altra cooperante più tristemente nota, Rossella Urru.
«Mi occupavo di assistenza medica ai rifugiati organizzando la formazione dei medici, facevo la spola a fasi alterne di sei mesi tra Barcellona e l'Algeria. La vita nel deserto è dura, ti trovi a vivere come un rifugiato mangiando lenticchie e riso. In tutto, sono stata in Algeria quattro anni».
Rientro “forzato” a Prato
Ormai il continente nero era entrato nelle corde più profonde di Ilaria. Dopo l'Algeria, venne il turno del Mali. Delicata la missione della giovane cooperante: portare l'assistenza sanitaria oftalmica nel paese bagnato dalle acque del Niger, dove scarseggiano medici e, per dirla con le sue parole, «è disponibile un oftalmologo ogni mezzo milione di abitanti». «Nel Mali - racconta - abbiamo costruito un'ottica pubblica nell'ospedale principale». Mentre Ilaria coordinava altri due progetti, si materializza l'incubo della malaria. Il sintomo, quello classico, della febbre alta. Ma Ilaria non si diede per vinta, riuscendo inizialmente a guarire dalla malattia.
«In Mali sono attrezzati per curarla, purtroppo - racconta - ebbi una ricaduta spostandomi in Algeria dove dovevo riprendere le fila di un progetto».
E a quel punto (ottobre 2008), non restò che salire a bordo di un aereo militare italiano per raggiungere l'ospedale di Careggi. Ricovero di un mese, un altro trascorso a casa, nel calore di famiglia. Quel ritorno improvviso a Prato durò poco. Il padre di Ilaria, Mauro Ravai (è il titolare della Waltex Tricot), provò anche a chiedere consiglio al medico di Careggi che aveva in cura in figlia.
«Le chiese come poteva convincermi a rimanere a Prato - sorride Ilaria -. Ma lei rispose: “Vede, questa ragazza deve assolutamente ripartire”».
E così fu. Giusto il tempo di rifare la valigia e… via: a gennaio 2009 la ragazza si trovava di nuovo in Mali per l'avvio di un altro progetto di cooperazione. «Il lavoro in questo settore è molto metodico: una parte più teorica è legata alla fase progettuale, la parte pratica riguarda invece l'intervento sul campo».
A parte la gratificazione professionale, non si può certo dire che Ilaria faccia così tanti sacrifici per soldi: lo stipendio di una cooperante, nel suo caso, si è sempre aggirato fra i 1.200 e 1.800 euro. E, considerando che qualche volta si rischia la pelle, in mano a rapinatori e o bande tribali…
La parentesi della Siria
Lasciatasi alle spalle l'Africa, e rientrata alla base di Barcellona agli inizi del 2009, Ilaria fu contattata da una Ong italiana, “Ricerca e cooperazione”, per un'altra operazione umanitaria, stavolta in Siria. «Dovevo occuparmi dell'assistenza ai rifugiati iracheni. Vivere a Damasco per un anno è stata un'esperienza importante». Il punto di forza di Ilaria (che parla perfettamente inglese e francese, basilari per lavorare in questo settore) è la conoscenza dell'arabo. Proprio durante la missione a Damasco conobbe Oriol, un ragazzo catalano. Fu l'amore sbocciato poi a convincerla a fermarsi, stavolta stabilmente, a Barcellona.
Le difficoltà della Spagna
Da un po' di tempo a questa parte non sono rose e fiori per la cooperazione. L'agenzia catalana di cooperazione dove Ilaria ha lavorato fino a dicembre scorso ha risentito dei drastici tagli imposti dal nuovo governo di destra della regione autonoma. E lei, la giovane cooperante pratese, si è ritrovata a spedire di nuovo curricula. Disoccupata però finora non si è ritrovata mai. «Oggi lavoro per un'altra Ong, “Educación sin fronteras”, ma il 22 aprile mi finisce il contratto. Le prospettive non sono rosee. Fortuna che ultimamente mi sto formando a Bruxelles, dove frequento un corso per la valutazione dei progetti di cooperazione internazionale. Potrebbe essere uno sbocco interessante». Dalle parole di Ilaria si scopre che un disoccupato in Spagna, nonostante gli spagnoli non digeriscano l'ultima proposta di riforma del lavoro dell'era Rajoy che si preannuncia pesante come in Italia, a prescindere dal contratto (anche un co.co.co e co.co.pro, insomma) abbia diritto a uno “stipendio di disoccupazione” dopo il licenziamento o il mancato rinnovo di un contratto.
Prato può attendere
L'anima pratese c'è tutta, degna della tradizione tessile di famiglia. Ma Ilaria torna a Prato soltanto due volte l'anno. L'ultima a Pasqua, occasione per rilasciare al Tirreno un'intervista. «E ogni volta che ci ritorno la trovo sempre più spenta e ripiegata su se stessa. Lo spirito positivo dei pratesi di una volta è sbiadito. Di questa città mi mancano però la familiarità della gente che parla in toscano e, per dirla tutta anche le passeggiate del fresco su a Migliana».
Ma a Barcellona, nel quartiere di Gracia, Ilaria si sente a casa, anche senza il calore umano tipico degli spagnoli: «È una città europea dove i prezzi degli affitti per vivere sono alti».
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