Il dolore
Le aziende sono strangolate dai crediti
La pubblica amministrazione prima commissiona poi paga con infiniti ritardi, ma Equitalia incalza le imprese
PRATO. Aspettano e sperano. Si frugano in tasca, con i conti che non tornano mai quando in cassa mancano migliaia e migliaia di euro. I dipendenti però intanto vanno pagati. I fornitori anche. Nel frattempo però Agenzia delle Entrate, Inps e Inail vengono però a bussare alla porta. Equitalia poi, con le cartelle esattoriali che spedisce, e inflessibile e non fa sconti anche se uno è con l'acqua alla gola.
Per completare il triste quadro le amministrazioni pubbliche saldano con tempi biblici in nome del patto di stabilità e loro, gli imprenditori pratesi, non incassano mai. Come Giancarlo Cinci, presidente della Mc Infissi di Prato e dirigente regionale di Cna per la sezione legni e affini. La sua azienda artigiana nel Macrolotto, fiore all'occhiello nel settore pratese infissi in legno da ben quattro generazioni (è stata fondata nel 1870), sta scontando sulla sua pelle questi ritardi nei pagamenti. O meglio, li scontano i 34 dipendenti, in regime di cassa integrazione straordinaria a rotazione, da dicembre scorso.
Cinci al comando tira la cinghia, fa di tutto per tenere a galla la nave e non affondare. In cassa gli mancano duecentomila euro di credito che avanza da pubblici e privati. Metà della fetta gli deriva dai crediti che attende dal colosso dell'edilizia Btp in concordato. Centomila euro non sono certo noccioline.
«E le prospettive non sono rosee - sottolinea l'imprenditore -: in azienda cerchiamo di fare il meno possibile di ore di cassa integrazione, in attesa che la situazione migliori. In realtà con l'amministrazione pubblica si lavora ormai sempre meno, ormai i "cattivi" pagatori sono anche nel privato. La verità è che tutti cercano di rimandare i pagamenti. Solo chi ristruttura gli appartamenti salda entro trenta giorni per usufruire degli incentivi statali». E le banche? Non rinunciano certo a mettere i bastoni fra le ruote degli artigiani, secondo Cinci. «Non danno credito, dovrebbero farci da spalla e invece, figuriamoci».
L'imprenditore scuote la testa: «Purtroppo nell'edilizia non c'è lavoro, pianificare a lungo termine per un artigiano ormai è impossibile. Si vive alla giornata».
Nel calvario delle piccole imprese in credito con gli enti pubblici c'è finito anche il consorzio Malaparte che dal 2005 associa imprese edili e installatori di impianti sotto l'egida di Confartigianato Prato. Anche se, parlando di "cattivi" pagatori, non si può fare di tutta un'erba un fascio.
«Cinque mesi per riscuotere la fattura per un lavoro fatto al gruppo Consiag non sono pochi. Ma la Camera di commercio ha impiegato solo un mese per pagarci i lavori nella nuova sede», spiega Paolo Beghelli, presidente del Consorzio che in linea di principio non può partecipare a gare d'appalto sopra i 150mila euro. «E comunque le gare ultimamente sono calate», fa notare l'artigiano. In questo periodo tanti piccoli imprenditori che avanzano crediti dalla pubblica amministrazione stanno con il fiato sospeso perché rischiano di giocarsi la liquidazione della fattura a causa del patto di stabilità che strangola le amministtrazioni. «In genere se dagli enti non si riscuote entro giugno, succede che il patto blocca i pagamenti per farli slittare all'anno successivo», sottolinea il presidente del consorzio "Malaparte".
Per tante piccole ditte associate a questa struttura si profilano ancora nuvole all'orizzonte. Molte ricorreranno a licenziamenti, non esistendo la possibilità della cassa integrazione per le minuscole realtà artigiane.
«In queste situazioni - aggiunge Beghelli - si tende a far lavorare più il lavoratore autonomo che il dipendente che costa di più all'azienda. Stiamo parlando di artigiani che però, a loro volta, subiscono altri ritardi».
Una spirale perversa, quella dei pagamenti-lumaca e crisi di liquidità, che ha colpito anche l'impresa edile Paolo Beghelli. Dove si è perso il conto dei crediti da incassare dal pubblico.
«Con la mia ditta - conclude il dirigente di Confartigianato - abbiamo fuori 70mila euro. In giro c'è poco lavoro e quel poco di lavoro che facciamo non rientra nelle casse. Fino al 2010 avevo sette dipendenti, oggi ne ho uno soltanto. Mi è pianto il cuore aver ridotto il personale ma per sopravvivere non era possibile fare altrimenti».
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