Il Tirreno

Prato

Cervello in fuga, senza rimpianti

di Alessandro Pattume
Cervello in fuga, senza rimpianti

Ha 35 anni, è ingegnere e lavora per la “Food&Drug Administration”americana

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PRATO. Da Galciana a Washington DC. Dall'università di Firenze alla "Food & Drug Administration", l'ente che si occupa di cibi e medicinali per il governo americano.

La storia di Loriano Galeotti, ingegnere biomedico di 35 anni, è quella di tanti altri laureati d'Italia, «un paese dove le possibilità di fare ricerca e mettere a frutto le proprie conoscenze sono prossime allo zero» dice. Cervello in fuga suo malgrado, ma senza nemmeno tanti rimpianti, Galeotti si è trasferito in America nel luglio 2011 per partecipare ad un progetto di ricerca che potrebbe anche cambiare la medicina.

«Studio i parametri degli elettrocardiogrammi per capire se sia possibile identificare alcune malattie in anticipo rispetto a quanto fatto finora - spiega - un progetto importante, che punta ad affinare le tecniche diagnostiche».

In Italia non c'era spazio per le sue competenze. Alla prima occasione è salito su un aereo e dall'altra parte dell'oceano adesso guarda al suo paese con spietata lucidità.

Ricominciamo da capo. Loriano Galeotti è un pratese doc e un cervello in fuga. Come è arrivato a Washington?

«Sono nato e cresciuto a Galciana, ho fatto il "Buzzi" e poi tutta la trafila: l'università d'ingegneria elettronica con indirizzo biomedico, che è il corso di laurea in cui ci si annoia di meno, sempre alle prese con macchine mediche e protesi, cose del genere. Poi ho fatto il dottorato di ricerca, che in Italia è l'unico modo con cui ti possono pagare, e sono andato in Svezia. E' lì che ho conosciuto il collega che poi mi ha portato a Washington. Un giorno, mentre nel frattempo avevo cominciato a lavorare in un'azienda fiorentina, mi ha chiamato e mi ha chiesto: "Se finanziano questo progetto, ci vieni in America?” Come potevo dirgli di no? Non ci ho pensato nemmeno un attimo e ho cominciato a prepararmi».

E com'è l'America? Che clima respira un giovane ricercatore italiano?

«Dopo una prima fase di ambientamento, adesso mi trovo bene. Lavoro in una equipe composta da due medici americani, un ingegnere danese e uno spagnolo. L'ambiente è fluido, internazionale e abbiamo la convinzione di contribuire in modo concreto alla conoscenza globale. E ho conosciuto anche molti altri italiani, specialmente nel quartiere dove abito, che sembra una specie di Galciana di Washington. Alla fine ognuno finisce per crearsi il proprio gruppo di amici, connazionali: non si sta poi così male».

Lavori sugli elettrocardiogrammi. Cosa significa di preciso ?

«Niente dettagli, perché su queste cose siamo legati alla riservatezza. Diciamo che la "Food and Drug Administration" è l'ente governativo che giudica se un farmaco funziona e se quindi può essere messo in commercio, oppure se un cibo rispetta tutti i criteri previsti dalla legge e quindi può essere anch'esso commercializzato. Perché la "Food and Drug Administration" accetti di dare il permesso ad un nuovo farmaco, gli devi però dimostrare che funziona e lo deve fare in modo molto convincente. I miei studi, così almeno spero, serviranno a evitare che il peacemaker venga impiantato se non ce n'è veramente bisogno. L'obbiettivo è davvero quello di operare molto meno, in futuro. E' una responsabilità non da poco per un lavoro in cui mi impegno con grande passione».

E lo stipendio invece com'è?

«Il doppio di quello di un normale ricercatore italiano. Ma a parità di posizione, lo stipendio americano è tre volte tanto di quello che si riscuote in Italia».

C'è una bella differenza.

«E' una differenza dettata anche dalla percezione che si ha di una persona che ha studiato per più di un decennio. In America se fai il ricercatore sei un figo, in Italia invece sei uno sfigato. In questo senso contano probabilmente anche le differenze che esistono tra i due paesi riguardo l'accesso allo studio. In America c'è meno gente che si laurea perché una famiglia, per mandare all'università un figlio, può essere costretta a sborsare anche 500mila euro. E' chiaro che chi ha una laurea e una specializzazione venga visto in altro modo. E venga anche rispettato di più».

Cosa si dice invece dell'Italia in America?

«Gli americani sono stupefatti. Credono fermamente, per esempio, che Berlusconi sia uscito definitivamente dalla politica italiana e si ritrovi adesso a fare i conti con i giudici. E' difficile spiegargli che non è così. Anche da queste parti poi è pieno di cinesi venuti a studiare e a imparare come si fa ricerca in ogni campo possibile immaginabile: la Cina sta vincendo anche qui. Da pratese invece, guardando alle cose di casa mia, mi sono convinto che esiste un unico modo per competere con i cinesi: fare cose innovative meglio di loro, non cose normali ad un prezzo più basso».

La sua famiglia che reazione ha avuto alla notizia del suo trasferimento in America?

«Si sono resi conto che per me rappresentava una grossa opportunità di lavoro perché andavo davvero a fare il mio mestiere in un posto dove veniva apprezzato: sono stati contenti. Paradossalmente, tanto per rendere l'idea, si sono dimostrati più preoccupati quando mia sorella ha annunciato che sarebbe andata a vivere da sola a Vergaio».

L'Italia non le manca?

«Mi manca, però mi mancano le persone e gli affetti, un po' meno le cose italiane. Adesso però la mia fidanzata si è trasferita a Washington: ci rimarrà per qualche mese e cercherà lavoro per rimanere ancora più a lungo. Sarà un vero esperimento di convivenza in America. A Prato invece sono tornato l'ultima volta per Natale e fino a questa estate non riprenderò l'aereo. Poi staremo a vedere, perché il progetto è stato finanziato fino al 2013 ma con l'opzione di un altro finanziamento fino al 2015».

E non vorrebbe tornare in Italia a fare il suo lavoro?

«Certo, io ci spero. Però non ci conto».

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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