La manifestazione
PORTI IN CINA LE ISTANTANEE DEL DISTRETTO
Gentile Presidente Monti le scrivo alla vigilia della sua missione ufficiale in Cina per sottoporle la situazione di Prato, la terza città del Centro Italia per numero di abitanti, che ospita la...
Gentile Presidente Monti
le scrivo alla vigilia della sua missione ufficiale in Cina per sottoporle la situazione di Prato, la terza città del Centro Italia per numero di abitanti, che ospita la seconda comunità cinese d'Europa dopo Parigi, e che sta pagando in modo pesantissimo le conseguenze negative di un distretto che vive e prospera in modo illegale, con un giro di affari di 1,8 miliardi di euro che sfuggono a ogni controllo e un'evasione annua stimata in circa 800 milioni. La capitale storica del tessile italiano, che da almeno un decennio sta vivendo la crisi più terribile di tutta la sua storia, ha visto nascere al suo interno un autentico paradiso fiscale, quello dell'abbigliamento "pronto moda" cinese i cui dati sono impressionanti: 2.700 aziende con 17mila addetti, un costo del lavoro che è di trenta punti inferiore a quello del distretto tessile tradizionale, nessun lavoratore orientale iscritto ai sindacati, solo il 7% dei contratti che dura più di due anni. Queste imprese hanno un turnover del 60% contro il 15,7% di quelle italiane. L'export è il 70% del fatturato, perché il pronto moda cinese di Prato rifornisce buona parte dell'Europa. Sono 360 milioni i capi d'abbigliamento che questo distretto parallelo sforna ogni anno senza avere punti di contatto con il tradizionale distretto tessile pratese. I cinesi comprano tessuti non pratesi (costo e qualità sono troppo elevati), in prevalenza importano dalla stessa Cina (negli ultimi dieci anni l'import è aumentato di oltre il 3mila per cento), e sempre più si organizzano autonomamente anche per quanto riguarda la logistica e i trasporti.
Questo è il quadro emblematico di un'immigrazione senza regole che rischia di travolgere definitivamente il distretto ufficiale che quotidianamente combatte per riuscire a competere sui mercati internazionali e che si trova costretto a fronteggiare contemporaneamente due gravissime crisi: quella internazionale e quella determinata dalla coesistenza sullo stesso territorio con chi non rispetta le regole e grazie a questo si arricchisce.
Una situazione che potrebbe presto portare a pericolose distorsioni economiche e ad alzare il livello di allarme sociale.
Prato è purtroppo l'esempio negativo di come un'immigrazione incontrollata preclude ogni possibilità di integrazione. C'è ancora un barlume di speranza che il distretto pratese possa diventare un grande laboratorio europeo per l'inserimento degli imprenditori stranieri, ma in questo momento i cinesi rappresentano non un'opportunità di crescita per l'economia del territorio, bensì un problema di difficile soluzione. E' dunque urgente attenuare da subito la morsa dell'illegalità: i controlli effettuati negli ultimi tre anni hanno rappresentato un primo importante passo in avanti, ma senza la collaborazione attiva e convinta delle autorità politiche ed istituzionali che rappresentano la comunità cinese in Toscana, questo gravissimo problema resterà purtroppo irrisolto.
Se lei potrà e vorrà sensibilizzare, nel corso della sua missione, il governo cinese rispetto alla situazione eccezionale che le ho appena descritto, tutta Prato la ringrazierà.
C'è poi una problematica di diverso tipo, legata ai rapporti commerciali con la Cina, segnalata opportunamente dall'Unione Industriali pratese: si tratta di quella legata alle normative sui parametri ecotossicologici dei prodotti tessili che evidenzia un paradosso altamente penalizzante per le nostre imprese. Sia la Cina che l'Unione Europea adottano infatti discipline sull'uso di prodotti chimici nella produzione tessile. Esiste però un'asimmetria per cui gli standard europei sono di fatto meno stringenti rispetto a quelli adottati in Cina per quanto riguarda l'ingresso dei prodotti T&A sui rispettivi territori. L'Ue pone seri vincoli normativi sulla produzione locale, sia che questa venga esportata sia che venga collocata nel mercato interno; la Cina adotta invece la normativa più rigorosa solo per le produzioni che sono destinate alla commercializzazione sul proprio mercato. La rigidità delle norme all'import, ispezioni sistematiche e il comportamento esasperante delle dogane cinesi rappresentano nei fatti una barriera non tariffaria.
Gli industriali pratesi ritengono che ispezioni a campione siano sufficienti e che la Cina debba accettare le dichiarazioni di conformità del fornitore nonché i rapporti di prova dell'Ue come garanzia di conformità. Sarebbe pertanto utile una sensibilizzazione verso le autorità cinesi affinché siano rimosse queste barriere allo scopo di garantire una effettiva reciprocità nelle condizioni di accesso ai rispettivi mercati.
on. Riccardo Mazzoni
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