Sicurezza
«Torniamo a lavorare tutti insieme»
Per monsignor Simoni è necessario creare le condizioni per attrarre investimenti e dare nuovi posti di lavoro
PRATO. Prato ritrovi lo spirito del 28 febbraio del 2009. A tre anni da quel giorno in cui tutta la città manifestò per far sentire la sua voce c'è ancora bisogno di comunità di intenti. C'è ancora bisogno di aiutare la città a risollevarsi dalla crisi, c'è bisogno di creare nuovi posti di lavoro e di attrarre investimenti.
C’è da capire cosa succederà e come si potrà garantire un futuro alle nuove generazioni. C’è da aiutare chi un posto di lavoro non ce l’ha più e si deve confrontare con i bisogni di ogni giorno. Il vescovo di Prato Gastone Simoni torna sui temi della città con un appello ai suoi rappresentanti invitando tutti a ricreare uno spirito di concordia.
Come vede oggi la nostra città?
«Mi preoccupano soprattutto i giovani, il fatto che non riescano a trovare un lavoro e a costruirsi un futuro. Mi preoccupa la serenità di tanti gruppi familiari: senza lavoro il clima nelle case è teso e questo influisce negativamente sui figli. Mi preoccupa che di fronte a una crisi storica e strutturale si faccia fatica a creare le condizioni e a trovare la volontà per individuare delle soluzioni tutti insieme, con sintonia. Una crisi come quella che stiamo vivendo necessita che si torni allo spirito che animò Prato quando fu organizzata l'iniziativa "Prato non deve chiudere"».
E come si può tornare ad avere quello spirito?
«Se io avessi dei poteri ad hoc, o l'autorevolezza sufficiente per farlo, metterei tutti i rappresentanti dei partiti, delle parti sociali, delle istituzioni, dell'associazionismo intorno a un tavolo in seduta permanente, per capire le ragioni dell'altro e per arrivare, almeno, a una concordanza di analisi. E' da qui partirei per trovare, come dice Silone, un'uscita di sicurezza. Credo che con la forza della coesione si possa trovare il modo di pesare di più sulle autorità centrali, non per elemosinare assistenza, ma per presentare le ragioni di un territorio. Mi piace immaginare i pratesi, che girano il mondo sistematicamente per le loro aziende, girare il mondo per convincere persone a creare nuove imprese per questa città, a fare investimenti qui. Per Prato».
Le aree però non ci sono.
«E infatti qui invece ci sarebbe bisogno di creare quelle condizioni, di tipo economico e urbanistico, per offrire aree disponibili e con le carte in regola per attrarre nuovi investimenti. Credo inoltre che il futuro di chi ha capitali non possa passare solo per l'edilizia. E' necessario avere anche un senso del bene comune».
Altre volte ha invitato gli imprenditori e i politici ad affrontare questi problemi. Ed è stato accusato di occuparsi di temi non di sua competenza.
«Possono non sembrare di competenza di un vescovo, ma io credo che la Chiesa debba occuparsi del bene delle famiglie, del lavoro e dell'etica. E se i problemi arrivano anche dalla carenza di slancio solidaristico? Come si fa se coloro che posseggono i capitali non hanno una più alta volontà di pensare agli altri? I problemi economici e politici ritengo abbiano un aspetto etico e morale e da cristiano non posso tacere solo per timore di fare un'invasione di campo. So bene quali sono i confini del mio ministero ma non posso stare zitto se ci sono persone che patiscono. E il mio ruolo non può fermarsi solo a fare carità. Senza contare poi che per rispondere alle esigenze di chi arriva da noi ci vorrebbero 5.000 euro al giorno.
Il mio compito è anche di illuminare le coscienze. Come Gesù è passato compiendo prodigi, dando respiro e gioia, così la Chiesa non può non occuparsi di quanto condiziona in maniera seria la vita delle persone. Alla fine della vita siamo giudicati sull'amore: mi rendo conto dei confini, ma non dare un contributo sarebbe tradire la gente».
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