Il Tirreno

Prato

Le donne viste con gli occhi di Dacia

di Valentina Ceccatelli
Le donne viste con gli occhi di Dacia

Incontro con la Maraini al Datini. La scrittrice parla agli studenti: il razzismo, l’emancipazione, la società di oggi

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PRATO. Un auditorium gremito, quello dell'istituto alberghiero Datini, per ascoltare Dacia Maraini: il dialogo fra gli studenti e la scrittrice si è snodato fra i temi che hanno formato il mondo di oggi.

Donne e emancipazione

Le conquiste ottenute in secoli di storia sono innegabili, ma un fondo di pregiudizio resta; la cultura nel periodo medievale e rinascimentale, spiega la scrittrice, era appannaggio maschile tranne per due categorie antitetiche: cortigiane e suore. «Non erano obbligate a fare figli e a badare alla casa, quindi era loro consentito farsi una cultura. Santa Caterina è un'esempio di letterata che è giunto fino a noi, ma c'è stata anche la cortigiana Veronica Franco, una donna di un'intelligenza e cultura tale che quando Enrico terzo visitò la città gli fu offerta una notte con lei: non per il piacere di un incontro erotico, ma per la compagnia di una donna straordinaria».

Dopo i moti ottocenteschi le donne tornano ad essere creature da proteggere e tutelare, e anche il ventennio fascista si distinse per misoginia fino al secondo dopoguerra, periodo in cui ci fu un' esplosione della cultura femminile. Nella società di oggi non manca la pubblicazione delle opere nate da mani di donne quanto il prestigio loro dovuto: «E' difficile trovare una scrittrice in un'antologia - continua Maraini, rispondendo alle domande degli studenti - quando ho iniziato sono stata scoraggiata da molti e sono stata, con Franca Rame, una delle prime donne a scrivere per il teatro». Emblematico che la domanda fondamentale venga da un ragazzo, ed è Alberto a farla: quali sono i problemi delle donne nella società di oggi? «La violenza sulle donne non si esaurisce a chi la subisce e a chi la commette - risponde la scrittrice - è uno scontro fra due culture, quella che crede nel rispetto dell'altro e quella che lo umilia, continuando a pensare che ci sia una razza, un sesso, una religione superiore. Se non c'è rispetto si cade nel razzismo».

Campi di concentramento

Razzismo, che la scrittrice ha conosciuto da vicino, internata dai 7 ai 9 anni in un campo di concentramento giapponese come prigioniera politica: «Era un paradosso - spiega - i soldati ci dissero che se il padre era un dissidente, anche i figli lo erano». La fame era estrema, di quella che ti spinge ad avere una vera e propria «Frenesia per il cibo, che ti spinge a mangiare tutto quello che trovi: formiche, terra, immondizia».

La famiglia Maraini fu salvata dall'atto eroico quanto disperato del padre antropologo che, avendo studiato le tradizioni samurai, sapeva che tagliandosi un dito e gettandolo addosso a un soldato avrebbe creato una sorta di obbligazione motivata dall'onore: così fece, rischiando la morte per dissanguamento, ma funzionò: «I soldati ci portarono una capra da latte - spiega la scrittrice - quel latte ci salvò la vita». A meritare l'attenzione della scrittrice è il concetto stesso di giustizia: «Il mito di Antigone ci aiuta - spiega - una donna che viene condannata a morte perché preferisce alle leggi del re quelle di pietà e amore. Se durante il nazismo più persone avessero agito in questo modo, per distruggere la dittatura non sarebbero servite le bombe. Di fronte alle leggi ingiuste, disubbidire è dovere».

Società di oggi

«Abbiamo abdicato al concetto di meritocrazia - spiega la scrittrice - prima non era così. Il nostro paese era riconosciuto in tutto il mondo come una fucina di idee e cultura».

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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