Il Tirreno

Prato

TRIBUNALE

L’ex moglie scagiona il marito

L’ex moglie scagiona il marito

Artigiano accusato di violenza. Lei: quella notte ha dormito con me

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PRATO. «Quella notte mio marito ha dormito insieme a me. Sono andata a prenderlo nel pomeriggio alla sua azienda, perché non gli partiva la macchina, e l’ho riaccompagnato in ditta il mattino seguente».

Non ha esitato, l’ex moglie di Gianluca Banci, artigiano di 46 anni, a dare una versione dei fatti che sembra scagionare l’uomo da una serie di accuse pesantissime, tra cui violenza sessuale e sequestro di persona.

La testimonianza dell’ex moglie è stata raccolta ieri nel corso del processo nei confronti di Banci, che è accusato di aver sequestrato e violentato una sua ex dipendente cinese all’epoca in cui era titolare della filatura Arcafil di Chiesanuova. E quelle parole costituiscono un alibi per l’imputato, visto che nelle stesse ore, secondo la Procura, stava picchiando e abusando della sua ex dipendente cinese, una donna di circa 30 anni la cui “colpa”, sempre secondo la ricostruzione della Procura, sarebbe stata quella di aver troncato la relazione clandestina col suo datore di lavoro e di essere uscita insieme a un altro italiano.

Il pubblico ministero Eligio Paolini e l’avvocato di parte civile Gabriele Terranova non credono alle parole della ex moglie di Banci, ma fino a prova contraria proprio quelle parole rappresentano un punto per la difesa. L’ex moglie ha detto di essersi separata dal marito perché «era finito l’amore» e almeno a parole, nonostante l’artigiano si accusato di aver avuto rapporti con altre donne mentre condivideva ancora il tetto con la moglie, non gli serba rancore.

Il processo, che dovrebbe terminare il prossimo 26 marzo, ha offerto ieri altri spunti di varia umanità.

E’ stato infatti sentito un operaio cinese della ditta che lavorava a fianco di quella dove sarebbe avvenuta la violenza. Il giovane ha detto di non ricordarsi quasi nulla, ma quando gli hanno chiesto se era assicurato, se insomma aveva un regolare contratto, nonostante gli sforzi dell’interprete non c’è stato verso di farsi capire. E’ sembrato che il concetto di versamento dei contributi gli fosse del tutto estraneo.

I giudici non hanno avuto migliore fortuna con un’altra testimone cinese, che ha declinato le proprie generalità, ma al momento di dire la data di nascita ha detto candidamente che non se la ricordava. Le hanno chiesto se avesse in tasca un documento d’identità e ha risposto che lo aveva lasciato a casa. E’ stata rimandata al 26.

Stesso discorso per un’altra teste cinese, anche lei senza documento, che però è stata sentita, ma non ha aggiunto nulla di significativo. (p.n.)

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