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Sequestri, braccio di ferro in Tribunale

Sequestri, braccio di ferro in Tribunale

Clan Terracciano: chi vuole evitare la confisca dei beni dovrà portare le prove che sono stati lecitamente acquistati

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PRATO. Sono «inoppugnabili», secondo l’avvocato Manuele Ciappi, i sequestri di beni per un valore di 41 milioni di euro ordinati all’inizio della settimana dal Tribunale di Prato su richiesta della Procura distrettuale nei confronti del cosiddetto clan Terracciano e di alcune decine di presunti prestanome di Giacomo e Carlo Terracciano.

Ciò non significa necessariamente che reggeranno al vaglio dei giudici.

L’avvocato Ciappi assiste i fratelli Terracciano e altri personaggi coinvolti nei sequestri e nel precedente procedimento penale condotto dal sostituto Pietro Suchan su una presunta associazione a delinquere di stampo camorristico. Insieme agli altri legali degli indagati, tra cui Alessandro Traversi, si sta preparando a dare battaglia in aula per ottenere comunque la revoca dei sequestri.

Si tratta di una procedura inconsueta, almeno per quanto riguarda il Tribunale di Prato, visto che i sequestri sono stati disposti in base alla legge anti-mafia.

Per sperare di rientrare in possesso dei propri beni, gli intestatari dovranno presentarsi davanti ai giudici con le pezze d’appoggio documentali che dimostrino che sono beni lecitamente acquistati, che non sono stati intestati loro da altri e che possano essere giustificati dal reddito dichiarato nel 730 o nel Modello Unico.Le richieste saranno vagliate dal Tribunale in camera di consiglio, e per questo a Palazzo di giustizia sono già stati costituiti due collegi di tre magistrati che si divideranno la grande mole di lavoro.

Già oggi dovrebbe tenersi una prima udienza per un sequestro di non ingente valore.

Quelli più importanti, invece, verranno esaminati in un’udienza fissata per la metà di aprile, e lì si comincerà a capire se l’impianto accusatorio reggerà al vaglio dei giudici.

Intanto il Gruppo di investigazione sulla criminalità organizzata della guardia di finanza ha precisato meglio i tempi della procedura. All’inizio si era parlato della possibilità di confisca dei beni nel giro di tre mesi.

In realtà la procedura dovrebbe durare un anno, prorogabile di altri sei mesi. Al termine, se saranno rimasti in piedi i presupposti dei sequestri, c’è la reale possibilità della confisca.

Un’eventualità temuta ancor più delle conseguenze penali, almeno per chi ha disponibilità di beni per milioni di euro, avendo dichiarato redditi al di sotto della soglia di povertà.

L’inchiesta penale è stata chiusa nei giorni scorsi con l’avviso di chiusura indagini inviato a 73 indagati.

Paolo Nencioni

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