Sicurezza
«Prato riciclava già prima di fare il tessuto cardato»
E’ senza ombra di dubbio il più grande esperto di archeologia industriale del distretto pratese. Non c’è fabbrica del passato o del presente di cui non conosca le pieghe più segrete.
PRATO. E’ senza ombra di dubbio il più grande esperto di archeologia industriale del distretto pratese. Non c’è fabbrica del passato o del presente di cui non conosca le pieghe più segrete. L’architetto Giuseppe Guanci è il professionista che è riuscito a censire, con un lavoro di catalogo e di studio certosino, la gran parte delle più importanti fabbriche dell’area metropolitana. E non solo.Una delle ultime sue opere “I luoghi storici della produzione pratese”, un tomo di fotografie e storie legate alla città, è stata presentata in Comune alcuni giorni fa.
Guanci, quando si è appassionato all’archeologia industriale?
«Fin dai tempi dell’università ero molto attratto dal villaggio industriale della Briglia che scelsi come argomento per fare la tesi. Mentre la preparavo mi appassionai nella storia di questo splendido complesso industriale. Alla tesi raccontai talmente tante cose non riuscivo a fermarmi. Ebbi la dignità di pubblicazione e il sindaco Annalisa Marchi, all’epoca assessore in Provincia, me la fece pubblicare».
Perché rimase così colpito dalla Briglia?
«Era l’unico villaggio operaio di questa zona con origini nel Settecento. E la struttura è stata utilizzata per diversi tipi di produzione: fu miniera, fonderia di rame e poi tessile. A quell’epoca nel villaggio c’erano la scuola, il teatro. Scoprirla, pietra dopo pietra, mi aveva completamente preso. E infatti dopo la laurea, nonostante avessi già una figlia piccola, decisi anche di fare un master sull’archeologia industriale. Fu il primo in Italia, a Padova. Poi da lì ho scoperto l’associazione nazionale e ne ho fondata una a livello locale, l’Asvaip. Ormai non potevo più tirarmi indietro».
Che ruolo ha avuto essere pratese nelle sue scelte professionali?
«Ha influito notevolmente. Qui l’industria la respiri fin da bambino. I giochi ruotavano intorno alle fabbriche: si usciva e si stava lungo le gore, si giocava con gli stracci. Mio padre era un operaio e, per un periodo, ho perfino abitato sopra una fabbrica».
Ma cosa potrà mai raccontare un edificio produttivo...
«Racconta la storia. E in una città come la nostra racconta praticamente quasi tutto. Parlano gli edifici ma anche le storie di tutte le persone che ci hanno lavorato. Ho trovato degli album di foto meravigliosi. C’è quello della famiglia Balli, del Fabbricone, è splendido, ad esempio. O quello dei Pecci. E poi ci sono tanti aneddoti: tipo quello di Rosalinda Lombardi, l’imprenditrice di Prato.
Prato purtroppo tante cose le ha già perse».
Cosa ha perso da questo punto di vista ?
«Tante cose era inevitabile altre se fossero state salvate sarebbe stato prezioso averle oggi. L’ingegner Nervi per esempio da giovane ha lavorato molto a Prato. Usava il cemento armato quando ancora era un brevetto. Non ci sono più la passerella aerea di via Ferrucci, la f abbrica dello Sbraci. E’ invece rimasto il Fabbricone, l’ingresso della fabbrica del Calamai. E altre cose esistono ancora anche se sono frammentate e hanno utilizzi diversi: penso alla vecchia fabbrica Calamai di San Paolo, alla fabbrica Forti nell’area di via Pistoiese dove ora ci sono gli stanzoncini dei cinesi. Fortunatamente siamo riusciti a ricostruire tante cose».
I suoi libri quindi sono album di ricordi.
«Guardare invece alla storia di una fabbrica non è solo ricordare e studiare un edificio. Queste storie ci fanno capire come questa città si è mossa nei secoli, che problemi ha avuto, come li ha risolti, come si è trasformata. Dal passato si impara sempre molto. Per esempio si scopre che questa città non ricicla solo da quando c’è il tessile, o il cardato, ma da molto prima».
Ci racconti.
«Per esempio nell’Ottocentosi riciclavano gli stracci per fare la carta. Si riciclavano canapa, lino e cotone. Alla Briglai, nel Settecento, c’era una della cartaie più grandi d’Italia. E alla Cartaia, ce lo racconta anche il nome, ce n’era una addirittura nel Trecento. E poi c’era un indotto di tante piccole ramiere. Alla Briglia c’era la fonderia ma si era insediata in un luogo dove già si lavorava il rame. Riciclandolo però. E poi le fabbriche ci insegnano che anche loro possono essere riciclate».
In che senso?
«Sono strutture che nascono per adeguarsi ai tempi che cambiano. Ce lo dice la loro storia. E ora per esempio sono contenitori ideali per attività di servizio: palestre, piscine, centri benessere. E oggi le eccellenze che ci rimangono anderebbero preservate». ©RIPRODUZIONE RISERVATA
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