Il Tirreno

Prato

E col “Sogno di mezzo Estathè” spuntò il Teatro Bo

PRATO. Dall'esperienza della compagnia "Binario di scambio" nel 2010 è nato il Teatro Bo. Un collettivo artistico in cui confluiscono le diverse velleità ed esperienze di Giulia Aiazzi, Matteo...

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PRATO. Dall'esperienza della compagnia "Binario di scambio" nel 2010 è nato il Teatro Bo. Un collettivo artistico in cui confluiscono le diverse velleità ed esperienze di Giulia Aiazzi, Matteo Cecchini, Alessio Martinoli e Camilla Borraccino. Lavorare all'interno della compagnia universitaria per questi artisti si è rivelato "galeotto" tanto che, seduti a tavolino, hanno pensato di mettersi in gioco creando un lavoro "tutto loro" da presentare a un festival. Una scommessa vinta e un'iniezione di entusiasmo per andare avanti. Oggi il gruppo si ritrova settimanalmente per pianificare il lavoro e fare le prove.

«Ufficialmente abbiamo debuttato al pubblico- ci racconta Alessio Martinoli- nell'inverno del 2010 con "Sogno di una notte di mezzo Estathè" con cui poi ci siamo aggiudicati il festival "Anteprima 2011" a Pisa. Di questo lavoro abbiamo realizzato un secondo allestimento che ha fatto il giro della Toscana e in questi giorni è andato in scena al teatro Everest di Firenze».

«Attualmente stiamo lavorando su "La coscienza di Zeno" di Italo Svevo - prosegue Martinoli- il primo studio è stato selezionato come progetto finalista al Premio "Franco di Francescantonio 2011" e "Giovani realtà del teatro 2011" e presentato al Teatro della Pergola di Firenze».

Nessuno dei membri della compagnia ancora "vive di teatro", «facciamo tutti dei lavoretti- precisa Alessio- io ad esempio ho fatto dei laboratori e Camilla collabora con il Metastasio», perché lo scoglio principale non è solo conquistare il pubblico, ma entrare nel giro.

«C'è tanta concorrenza- conclude il regista- e poca selezione. Il mondo del teatro è una nicchia dove non è semplice entrare. Il problema non è fare qualcosa che piaccia al pubblico, ma conquistare gli addetti ai lavori, gli organizzatori e i direttori artistici. Gli ambienti vanno frequentati e bisogna necessariamente osservare il lavoro degli altri. Noi stiamo cercando di farlo». (mi.mo.)

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