Il Tirreno

Prato

lucia petrullo

La signora dell’ultimo viaggio

La signora dell’ultimo viaggio

Necrofora, non la spaventano né i morti né il lavoro pesante

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PRATO. Viva con la "V" maiuscola… in mezzo ai morti. Allegra, positiva, con entusiasmo ed energia da vendere tra le salme che riposano in pace sotto terra. La vedi fare la spola tra i 25 cimiteri comunali della città, raccogliere le lacrime dei parenti che si recano in quei posti per portare un fiore sulla tomba dei cari. E lei stessa - lo confessa - «non riesce a non piangere a ogni funerale, a distanza di tanti anni».

L'ambiente professionale forse è poco consono per una donna, vista la fatica che si richiede nel sollevare bare pesanti anche fino a 160 chili. Non capita spesso di trovare una necrofora in servizio. E in effetti Lucia Petrullo è l'unica a Prato. Non è una dipendente comunale perché lavora da 7 anni con la cooperativa sociale Samarcanda che ha in appalto la gestione dei servizi cimiteriali del Comune (e prima ancora con un'altra ditta di cui Samarcanda ha rilevato poi il personale). Il contesto del camposanto fa parte della sua quotidianità. Guai a chiamarla "becchina": da 12 anni a questa parte, le mansioni di Lucia spaziano dalla manutenzione delle luci alla sepoltura dei defunti. Le operazioni più "scabrose" non le fanno paura.

«Mi capita anche di "murare" loculi e di esumare le salme», racconta la 45enne originaria della Lucania trasferitasi a Prato quando ancora era ragazzina. Lo spirito del "maschiaccio" era racchiuso in lei, nella bambina piccola, fino ai dodici anni. «Dai 14 ai 18 mi piaceva invece fare la "signorina". Non avrei mai pensato un giorno di lavorare nei cimiteri. Mi ci sono trovata».

E pensare che Lucia ha nel suo curriculum un'esperienza nel tessile. «Facevo l'orditrice. Nell'orditoio mi caricavo i tubi, forse era destino che facessi mestieri pesanti. Mi sono sempre fatta i muscoli, letteralmente. Fu la maternità a lasciarmi a piedi. Mio marito lavorava già come necroforo: quando si liberò un posto nella ditta dove prestava servizio sempre per i cimiteri comunali mi feci avanti. E così eccomi qui».

Lucia ci crede. È convinta che la presenza di una donna possa apportare valore aggiunto in un ambiente particolare come i cimiteri: «È una questione di sensibilità. Chi viene qui cerca spesso una parola di conforto. Molti visitatori mi riconoscono perché spesso mi fermo a parlare con loro, ad ascoltare le loro storie. Storie di perdita e di dolore. Con queste persone si crea una spontanea intesa. Piccoli gesti come un saluto o un sorriso fanno la differenza. Ci vuole comunque un grande equilibrio emotivo per affrontare questa professione».

Cosa si prova a trascorrere ore tra fosse e colombari con il camice di necrofora e scarponi anti-infortunio? Lucia, che è mamma e moglie, la butta sul ridere. «Quando i miei figli erano piccoli e rientravo a casa per cena, storcevano il naso. Mi dicevano: "Che schifo, mamma, hai toccato i morti". Ormai non ci fanno più caso».

Ma Mara è anche una sostenitrice della parità dei sessi nei luoghi di lavoro. «Le donne hanno diritti se riescono a prenderseli. La capacità di resistenza fisica non è più una discriminante. Del resto, ci sono ambiti dove noi siamo più bravi degli uomini. Provengo da una famiglia in cui mia mamma non si tirava mai indietro di fronte alla fatica». Infine, bando ai maschilismi quando si è in servizio. Nessun problema: i rapporti con i colleghi uomini sono positivi. «Non ho mai avvertito atteggiamenti discriminatori da parte loro, all'inizio non sono mancate le battute ma l'importante è metterla sul piano dell'ironia».

Maria Lardara

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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