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«Non c’è la camorra dietro alle pizze»

«Non c’è la camorra dietro alle pizze»

Gestori e dipendenti della catena Donchisciotte attaccano la Procura: abbiamo sempre lavorato onestamente

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PRATO

«Dietro le nostre pizzerie non c’è la camorra». Lo ripetono in coro Simone Orlandi, responsabile delle cucine della catena Donchisciotte, Marco Serpi, gestore del locale di Montecatini, Federico Palazzi, il primo camieriere assunto nella pizzeria di piazza Mercatale, e Yuri Giomi, gestore del Donchisciotte di Firenze Sant’Ambrogio.

Siamo nel locale sul Mercatale, e in piazza ci sono decine di dipendenti della catena di pizzerie che da qualche giorno è al centro delle cronache, dopo i sequestri per 41 milioni di euro ordinati dal Tribunale che indaga sul cosiddetto clan Terracciano. L’ipotesi del procuratore capo di Firenze, Giuseppe Quattrocchi, è che lo start up del Donchisciotte, il capitale iniziale che avrebbe fatto le fortune del gruppo, venga dai soldi dei Terracciano, imprenditori in odor di camorra. «Anziché quattro occhi - ironizza Marco Serpi - quel magistrato avrebbe dovuto usarne sei prima di dire certe cose». Ai dipendenti non è piaciuta in particolare una frase, quando il magistrato ha avvertito che andando a prendere una pizza in certi locali si rischia involontariamente di alimentare gli affari della criminalità.«Chi mangia la pizza da noi - ribattono dipendenti e gestori - in realtà paga i nostri stipendi, le rate dei nostri mutui, altro che criminalità».

«E’ una cosa che si riflette anche nelle nostre vite private - incalza Serpi - Le nostre mogli ci chiedono se è vero che lavoriamo coi mafiosi».

«E ci sono clienti storici che ora fanno fatica a guardarti negli occhi» aggiunge il fiorentino Giomi. Secondo i gestori, le conseguenze dell’iniziativa della magistratura si toccano già con mano, un consistente calo della clientela nella dozzina di pizzerie sparse tra Prato, Firenze, Campi Bisenzio, Agliana, Barberino e Montecatini, anche del 50%, dicono.

«Giacomo Terracciano veniva qui all’inizio - racconta Federico Palazzi - ma pagava il conto come tutti, non abbiamo mai avuto la sensazione che fosse lui a comandare».

Comandava Paolo Posillico, ora direttore artistico della catena, ritenuto dalla squadra mobile e dalla Finanza un uomo di fiducia dei Terracciano, ma nemmeno da lui i gestori e i dipendenti prendono le distanze. «Se ci ha mentito - dicono - è stato bravissimo. E comunque tutti questi soldi non li ha fatti. Se deve andare in vacanza compra i biglietti low cost da Ryanair». Insomma, il mondo Donchisciotte fa quadrato attorno alle pizzerie che danno lavoro, dicono i gestori, a 170 persone. Nessuno di loro ha in mano tutte le carte della Procura, due anni di indagini contabili della guardia di finanza sugli investimenti dei Terracciano, i flussi di denaro, le disponibilità economiche sproporzionate rispetto ai redditi (quasi inesistenti) dichiarati. Ma sono pronti a giurare che non è la camorra l’ingrediente segreto delle pizze. «Vi assicuro che il collegamento tra i ristoranti e la criminalità non c’è - ribadisce Marco Serpi - Ci scommetto dieci anni di stipendio».

Ma le voci sugli interessi dei Terracciano nelle pizzerie circolavano fin da prima che si muovesse la magistratura, devono averle sentite per forza anche loro. «Certo, le abbiamo sentite - dice Yuri Giomi - ma è un po’ come quando la gente vede una bella ragazza e fa commenti pesanti, tutta invidia». «Paolo Posillico non è uno stinco di santo - gli fa eco Serpi - Errori di gioventù ne ha fatti anche lui, ma questo non significa che abbia aperto le pizzerie coi soldi della camorra».

Paolo Nencioni

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