Finanza
«Le nostre armi? Farina, pomodoro e mozzarella»
Lettera aperta dei dipendenti delle pizzerie Donchisciotte, sequestrate nell’ambito delle indagini sul clan Terracciano, al procuratore capo Quattrocchi
PRATO
«Il nostro unico reato è fare la pizza più buona di Prato!». Lo gridano con forza in una lettera aperta al procuratore capo di Firenze Giuseppe Quattrocchi i 180 dipendenti della catena di pizzerie Donchisciotte (Prato, Firenze e Pistoia) coinvolte nei sequestri ordinati dal Tribunale di Prato nell’ambito delle indagini sul cosiddetto clan Terracciano (si ritiene che i Terracciano abbiano fornito il capitale iniziale per l’apertura delle pizzerie).
«Ci rivolgiamo a Lei - scrivono i dipendenti del Donchisciotte - per complimentarci per il lavoro che svolge con passione, di lotta contro la criminalità. Abbiamo deciso di scrivere questa lettera, non per ribadire la nostra innocenza ed estraneità ai fatti contestati, quello lo faremo nelle sedi opportune, ma per ribadire come anche noi, con il nostro lavoro, combattiamo la criminalità. La combattiamo perché i fornitori delle nostre materie prime provengono dal sud ma non hanno niente a che vedere con le organizzazioni criminali, producono solo prodotti di qualità. Non abbiamo bisogno dei finanziamenti illeciti di associazioni criminali, a finanziare la nostra attività sono stati gli istituti bancari che hanno creduto e credono nel nostro progetto imprenditoriale ed i clienti che ogni giorno scelgono la qualità della nostra cucina a prezzi modici. Abbiamo dato un lavoro a tutti quelli che hanno dimostrato di saperlo fare con professionalità ed amore, a prescindere da quello che hanno fatto nel loro passato; e molti di loro provengono dai 10 paesi più poveri del mondo. Abbiamo restituito loro dignità e un'opportunità di riscatto, strappandoli a un destino ben diverso. Anche questo è combattere la criminalità. Abbiamo scelto il nome “Don Chisciotte” perché il nostro sogno è quello di dare a tutti l'opportunità di mangiare una pizza di qualità a prezzi modici e considerati i costi delle materie prime, noi sì che abbiamo combattuto contro i mulini a vento! Ma abbiamo tenuto duro e alla lunga l'affetto e la fedeltà dei nostri clienti ci ha ripagato delle difficoltà iniziali. Ci viene contestato di essere cresciuti troppo in fretta, che in un Paese come l'Italia in forte crisi economica e di cui tutti attendono la morte, sia impossibile in pochi anni aprire molte attività di ristorazione, quando la vita media di un ristorante italiano è di 5 anni. Chi pensa questo sicuramente non è mai stato nei nostri ristoranti, non conosce la cortesia dei nostri camerieri e soprattutto non conosce la qualità della nostra cucina. Ammettiamo che nel nostro lavoro anche noi utilizziamo delle armi; si chiamano farina, pomodoro, mozzarella e olio extravergine di oliva. Con queste armi creiamo la pizza più buona della Toscana e dobbiamo proprio confessarglielo, non possiamo farne a meno perché con dei prodotti così genuini e la maestria dei nostri pizzaioli, il vero reato è non mangiarla!».
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