Il Tirreno

Prato

Insolvenza fraudolenta padre e figlio a giudizio

Insolvenza fraudolenta padre e figlio a giudizio

I titolari del Lanificio Rosati sono stati denunciati da un cliente: ci hanno fatto credere che gli affari andavano bene e poi hanno chiesto il concordato

2 MINUTI DI LETTURA





PRATO

«Ci hanno fatto credere che gli affari andavano bene, abbiamo consegnato la nostra merce e subito dopo abbiamo scoperto che quel lanificio aveva chiesto il concordato preventivo». Questo il tenore della denuncia presentata da un’azienda tessile nei confronti degli amministratori del Lanificio Rosati di via Pistoiese, che ora saranno processati con l’accusa di insolvenza fraudolenta.

Una storia emblematica delle difficoltà in cui si dibatte il distretto tessile, che talvolta spingono gli imprenditori a comportamenti non proprio ortodossi.

Il processo nei confronti di Piero e Francesco Rosati, padre e figlio di 74 e 48 anni, rispettivamente presidente e consigliere delegato del cda del Lanificio Rosati Spa, inizierà il prossimo 18 aprile.

Ad accusarli, oltre al sostituto procuratore Benedetta Foti, sono gli amministratori di un’altra azienda tessile, produttrice di filati, che lamentano un danno di alcune decine di migliaia di euro per una fornitura di un filato di pregio, tipo bouclé. I fornitori, assistiti dagli avvocati Eugenio Zaffina e Francesca Meucci, si sono sentiti presi in giro e anziché regolare la faccenda in sede civile, come spesso accade, hanno intrapreso la strada penale.

I fornitori raccontano di essere stati contattati a metà ottobre 2008 da Francesco Rosati che propose di diventare cliente del produttore di filati prospettando l’acquisto di cospicue forniture. Il responsabile commerciale dell’azienda ebbe modo di incontrare successivamente Piero Rosati, che lo avrebbe tranquillizzato sulla solvibilità del lanificio, mostrando alcune fideiussioni bancarie da lui personalmente prestate a favore del lanificio presso il Monte dei Paschi, per un valore di 1.200.000 euro. L’accordo prevedeva una fornitura con patto di esclusiva e così l’affare venne stipulato e la merce consegnata. Ma scaduti i 60 giorni pattuiti per il pagamento, al fornitore non arrivò niente.

A questo punto i creditori, non riuscendo più a contattare il cliente, alla fine di febbraio fecero indagini commerciali e scoprirono che il Lanificio Rosati aveva fatto domanda di concordato preventivo. Non solo, era stato stipulato un contratto di affitto di ramo di azienda con la Tessilgodi in cambio dell’1% dei ricavi, una percentuale che ha ulteriormente insospettito i creditori, anche perché, nonostante siano stati concessi sequestri di merce, non è stato poi trovato quasi nulla. Nel frattempo il Lanificio Rosati è stato dichiarato fallito ma successivamente il fallimento è stato annullato e si è tornati all’ipotesi del concordato preventivo.

Col senno di poi, una fortuna per i due indagati, altrimenti rischiavano di dover rispondere dell’accusa di bancarotta fraudolenta. Invece dovranno difendersi da quella di insolvenza.

Paolo Nencioni

Non lasciare decidere l'algoritmo:

scegli Il Tirreno per le tue notizie su Google

Cronaca flash

Sicurezza

Massa, tre rapine in due ore in centro: arrestati due giovanissimi

di Redazione Massa