Il dolore
Vice questore indagato con Terracciano
All’alto funzionario di polizia, ora a Genova, si contesta un prestito sospetto e di non aver segnalato le ballerine di un night
PRATO. C’è anche un vice questore di polizia, per qualche anno in servizio a Prato e ora a Genova, nel gruppo di 73 persone alle quali è stato notificato ieri l’avviso di chiusura delle indagini sulle attività del cosiddetto “clan Terracciano”, la presunta associazione a delinquere di stampo mafioso sulla quale ha indagato la Direzione distrettuale antimafia e in particolare il sostituto Pietro Suchan.
Non è dato sapere in quali rapporti fosse il vice questore Gianfranco Latino, 59 anni, originario di Roma, con Giacomo e Carlo Terracciano, i due referenti principali del clan. Quel che è certo è che all’alto funzionario di polizia non viene contestata l’accusa di aver fatto parte di un’associazione a delinquere. Latino ha ricevuto un avviso di garanzia in cui gli si contestano almeno due episodi. Il primo è di aver controllato nel dicembre 2006 il locale di lap dance “Showgirls” di Campi Bisenzio e aver omesso di segnalare fatti penalmente rilevanti, e cioè la presenza nel locale di una cassiera e di 14 ballerine, tutte romene e tutte assunte in maniera irregolare, oltre a non avere il permesso di soggiorno (all’epoca era ancora necesario per i romeni). L’altra accusa riguarda un prestito a tassi usurari, insieme al coindagato Costantino Lacchini: 10.000 euro, solo in parte versati, a tale Cataldo Salvia, sempre nel 2006 ad Arezzo.
L’avviso di chiusura indagini di per sé non implica una valutazione sugli eventuali reati. E’ solo la comunicazione che la Procura deve fare per legge alle parti prima di esercitare l’azione penale. Nel prossimi giorni il sostituto Suchan deciderà se e per chi chiedere il rinvio a giudizio.
Il vice questore Latino non faceva parte del gruppo sul quale indagò la squadra mobile di Prato a cavallo tra il 2008 e il 2009. E’ verosimile che la sua posizione sia stata aggiunta in seguito, o riunendo un diverso fascicolo o in seguito a indagini della guardia di finanza.
L’inchiesta formalmente chiusa ieri è quella che nel giugno del 2009 portò in carcere Carlo e Giacomo Terracciano, i figli Francesco e Antonio, l’imprenditore Alberto Paolo Mancin, Francesco Lo Ioco, Jonah Ghiselli e Giovanni Calvo, accusati di aver fatto parte dell’associazione a delinquere di stampo camorristico guidata dai Terracciano.
E’ anche l’indagine che mercoledì ha permesso al procuratore capo di Firenze, Giuseppe Quattrocchi, di ottenere sequestri di beni per 41 milioni di euro riferiti al clan Terracciano, che secondo la Procura avrebbe intestato decine di società, case e terreni a un esercito di prestanome, oltre che a familiari, amici e parenti.
La guardia di finanza è convinta che in tempi brevi si potrebbe arrivare anche alla confisca dei beni, ma in queste ore i soggetti colpiti dal sequestro affilano le armi legali per passare al contrattacco e schierano una batteria di avvocati di alto profilo per ottenere il dissequestro. Oltre a Manuele Ciappi che difende i Terracciano e altri elementi di spicco del gruppo, alcuni gestori delle pizzerie Donchisciotte meditano di ingaggiare l’avvocato Giulia Bongiorno, già presidente della Commissione giustizia della Camera, mentre altri si sono rivolti ad Alessandro Traversi. «Le società sono state ingiustamente coinvolte in una vicenda che ha gravemente danneggiato la loro immagine - osserva Traversi - Va ricordato che le attività sono regolarmente aperte e i gestori delle pizzerie si dichiarano estranei a qualsiasi ipotesi di reato. Ora valuteremo il provvedimento di sequestro per presentare un ricorso al Tribunale del riesame». La legge consente un termine di 10 giorni per chiedere l’annullamento del sequestro ed è verosimile che tutti o quasi percorreranno questa strada.
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