Il Tirreno

Prato

Sequestrate le pizzerie Donchisciotte

di Paolo Nencioni
Sequestrate le pizzerie Donchisciotte

La Procura: create coi soldi della camorra, ma i locali restano aperti. Sigilli al tesoro dei Terracciano: 41 milioni di euro

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PRATO

Che dietro alla catena di pizzerie Donchisciotte ci fossero i soldi di Giacomo e Carlo Terracciano era una voce che circolava da tempo. Ed era finita, incautamente, anche nella relazione annuale della Direzione nazionale antimafia a firma del consigliere Giusto Sciacchitano. Ora quella voce trova conferma nelle parole del procuratore capo di Firenze Giuseppe Quattrocchi, che ieri insieme alla guardia di finanza ha illustrato i risultati di un’operazione delle Fiamme gialle fiorentine che ha portato al sequestro di beni per 41 milioni di euro in otto regioni italiane (vedi l’articolo a pag. 3).

Le pizzerie, che a Prato, Firenze e in provincia di Pistoia danno lavoro a più di cento persone, per ora rimangono aperte ma sono “commissariate”: un commercialista nominato dal Tribunale vigilerà sugli incassi.

I sequestri sono scattati peché Giacomo e Carlo Terracciano, di 60 e 63 anni, sono ritenuti i referenti della camorra in città e non solo. Non gli viene contestato nulla che non gli sia stato già contestato in passato (associazione a delinquere di stampo mafioso). A far scattare i sequestri è la sproporzione tra i redditi dichiarati (quasi nulla) e le disponibilità economiche accertate dalla Finanza: auto di lusso (dalla Mercedes SL 500 in giù), 44 società, 31 immobili, 67 conti e libretti, 17 cavalli di due scuderie, due cassette di sicurezza. Quasi nulla è intestato ai due fratelli. Ufficialmente i beni appartengono a una trentina tra parenti e amici, oltre a 41 prestanome, secondo la Procura.

Oltre al valore dei beni, infatti, colpisce questo esercito di persone che, sempre secondo la Procura, sono agli ordini di Carlo e Giacomo, il braccio e la mente del clan.

Tra coloro che sono indicati come fedelissimi dei due presunti boss, oltre a Francesco e Antonio Terracciano, figli di Giacomo, figura Paolo Posillico, 41 anni, l’ex rugbista e ristoratore che ha creato dal nulla la catena del Donchisciotte e che ora giura di non aver preso i soldi dai Terracciano. Ci sono anche altri personaggi che erano stati indagati insieme ai Terracciano nel 2009 per usura e gestione di scommesse clandestine (l’indagine fu condotta dalla squadra mobile): il montermurlese Francesco Lo Ioco, Michele Di Tommaso (il poggese che per un certo periodo ha fatto il bello e il cattivo tempo alla concessionaria Mercedes Fineschi facendosi chiamare Michael Gambino), l’imprenditore Alberto Paolo Mancin, fino al 2008 presidente del Prato Nord (per questo è stata sequestrata la polisportiva, che però si dichiara totalmente estranea agli affari di Mancin). Insomma, la solita compagnia di giro sulla quale indagò la Mobile già quatro anni fa. Ed è stata proprio quell’indagine a porre le basi per i sequestri di ieri.

Già all’epoca avemmo modo di scrivere che prima ancora del carcere Giacomo Terracciano avrebbe dovuto preoccuparsi degli accertamenti fiscali della guardia di finanza. E’ andata esattamente così, anche se c’è voluto forse più tempo di quanto era lecito aspettarsi.Se i sequestri chiesti dal procuratore capo Quattrocchi (competente in base alla legge antimafia) e concessi dal Tribunale reggeranno all’esame dei ricorsi, vorrà dire che imprenditori in odor di camorra hanno silenziosamente accumulato un tesoro per oltre 40 milioni di euro grazie a una rete fittissima di complicità e a un esercito di prestanome pronti a figurare come proprietari di qualcosa che non era loro in cambio di sostanziosi compensi.Secondo la guardia di finanza, nel giro di pochi mesi i beni sequestrati potrebbero essere confiscati. Forse è un calcolo ottimistico. La storia dei fratelli Terracciano riserverà probabilmente altri colpi di scena.

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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