Il Tirreno

Prato

Chinatown: oscurate insegne abusive

di Maria Lardara
Chinatown: oscurate insegne abusive

Operatori Sori e polizia municipale in azione in via Pistoiese: irregolarità in alcuni negozi e in una confezione

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PRATO

Hanno iniziato da una confezione e chiuso il cerchio con una rosticceria. Dal civico 339 di via Pistoiese fino ad addentrarsi nel cuore di Chinatown, in via Nino Rota. I flash delle macchine fotografiche e le telecamere li colgono quasi impreparati. Ma la stampa era stata invitata per le 10 in punto al civico 339. «In genere facciamo questo lavoro con discrezione, non siamo abituati agli show», dice uno dei due impiegati di Sori, la partecipata che si occupa della riscossione dei tributi comunali. La squadra era composta da due vigili urbani, oltre al personale chiamato a oscurare le insegne degli esercizi. Perché è di questo che si trattava. Copertura delle insegne abusive. Cinque, quella scovate in tutto nella mattinata di ieri. E tutte cinesi, tutte fuori regola. La prima a vedersi occultare con il cellophane nero l'insegna è una confezione: nessuno esce dal laboratorio, come se ai titolari non facesse né caldo né freddo. Eppure una pubblicità oscurata è un danno economico. E se i titolari non la sostituiscono con una idonea, dietro pagamento di una multa da 417 euro (per mancata autorizzazione, oltre ai 55 euro per la percentuale di ideogrammi in eccesso), la prossima volta se la vedranno smontare vite per vite. «Idonea significa che il testo italiano deve essere in evidenza», spiega il tecnico di Sori. Intanto il cinese della porta accanto, un certo signor Wang titolare del ristorante Bai Lixian, ha il dente avvelenato. Ha qualcosa da ridire. «I controlli devono essere tutti uguali. Perché non vanno a ispezionare nel ristorante italiano più avanti? Con l'insegna mi sono messo in regola: l'altezza massima dalla strada deve essere 2 metri. Non parliamo poi dell'ordinanza che c'impone di chiudere a mezzanotte».

In realtà, come prevede il nuovo regolamento comunale degli impianti pubblicitari, le insegne a muro devono avere una distanza minima di 2 metri e 20 centesimi dal suolo. Vai però a spiegarglielo a un cinese che capisce poco o nulla d'italiano, lo stesso che magari - come succede spesso - fa gestire alle agenzie pubblicitarie italiane che curano la grafica anche la pratica burocratica per Sori. Più avanti si replica, ma la musica è sempre la stessa al 292. Il titolare di un negozio di filati, Wu Zheng, racconta di non aver pagato la multa da 417 euro, in aggiunta ai 55 euro per la preponderanza di caratteri cinesi nell'insegna. «Anche se avesse pagato la multa, non gliel'avremmo autorizzata», dicono da Sori. Il motivo: quella pubblicità è dirimpettaia a un cartello stradale per cui occorre rispettare una distanza non inferiore ai 25 metri. Il negozio è lì da cinque anni, il cartello chissà quando era stato installato. E' il direttore responsabile di Sori, Enrico Cecchin, a spiegare l'iter che precede l'oscuramento delle insegne. «Prima i nostri operatori, una decina e tutti con la qualifica di verbalizzatori di sanzioni, scoprono l'irregolarità e verbalizzano, notificando al trasgressore la multa: 417 e 55 euro. A quel punto l'esercente che non paga si vede raddoppiare la sanzione, diventando poi un evasore fiscale a tutti gli effetti. A quel punto scatta l'oscuramento e infine, se ancora non c'è regolarizzazione, la rimozione». Fuori regola anche il bazar Lin Wehan al civico 179: non risultando autorizzata, l'insegna a bandiera viene coperta con l'involucro di cellophane (il negozio è lì dal 2002). La sua colpa: avere un'insegna con un'altezza superiore a 1 metro. Il ragazzino che parla con i tecnici di Sori fa da interprete ai genitori, lamentando di non aver mai ricevuto la multa: era stata spedita all'indirizzo di casa del titolare che figura come residente a Cerreto Guidi.

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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