Sicurezza
«Usciremo dalla crisi consapevoli dei veri valori»
46 anni, dell’ordine delle Domenicane, è di Usella e vive in convento a Iolo
PRATO
E’ pratese. Profondamente pratese. E ama molto la città dove è nata e dove ha avuto la fortuna di rimanere. Suor Elena Zanardi, 46 anni, è nata ad Usella, babbo e sorella medici e mamma maestra, è nel convento delle suore domenicane di Iolo da quando ha 24 anni. Elena si laureò in Scienze politiche, indirizzo amministrativo alla Cesare Alfieri di Firenze e il giorno dopo, senza alcuna esitazione, scelse Dio. Che quella sarebbe stata la sua strada l’aveva chiaro da tempo ma preferì ascoltare il consiglio dei genitori. «Prima laureati. Se è una vocazione vera, rimarrà».
Una scelta che suor Elena ha confermato giorno dopo giorno. E che si è rafforzata dopo aver visto la morte in faccia, probabilmente per un virus contratto in India dov’è stata missionaria. Oggi si occupa delle adozioni internazionali. E’ una donna che colpisce. Molto. Basta vederla una volta, scambiare due chiacchiere con lei per non dimenticarla più. La incontrai la prima volta qualche anno fa a un mercatino di beneficenza. Giusto due parole e ora, pensando a qualcuno di normale ma allo stesso tempo speciale da intervistare, il suo volto mi si è disegnato in testa. E’ una donna espansiva, colta, informata, sicura di sè. Se non fosse per il velo e per quello sguardo, trasparente e pulito, farebbe dimenticare che davanti si ha una suora e non una manager.
Quando si è resa conto che era così vicina a Dio ?
«Ero al liceo classico. Avevo 18 anni e per il compleanno mi regalarono un libro di madre Teresa. Ebbi la certezza che nella vita volevo fare qualcosa di bello per gli altri. Già pensavo a partire per una missione in Africa ma ancora mi vedevo laica. Ne parlai con i miei e mi dissero di aspettare la laurea. Poi da vice presidente di Azione Cattolica cominciai ad andare ai convegni insieme a una suora e lì cominciai ad osservare il suo comportamento, quello della gente quando si rivolgeva a lei. Cominciai a chiedermi perchè avevo così paura a consacrarmi. Fino a quel momento avevo avuto una vita come quella di qualunque ragazza della mia età».
Poi arrivò la scelta di consacrarsi e l’esperienza in India, in una delle missioni.
«Ho imparato ad amare a Usella, facendo la vita di paese, con mamma e babbo che erano uno dei punti di riferimento , come medico e maestra, di quella piccola comunità. Ma è dall’esperienza in India, dove ho fatto il postulato, che ho avuto i cambiamenti maggiori. Fu un’esperienza meravigliosa, arricchente, splendida. Quando tornai a casa però facendo la doccia mi accorsi che non sentivo nè il caldo nè il freddo. Era uno dei sintomi della lebbra, lo sapevo. Aspettai però a farmi visitare finché un giorno, mentre ero in auto, stavo andando dai miei, persi l’uso delle gambe. L’auto si fermò. Ero paralizzata. Sono di Usella, ero lungo la strada della Valdibisenzio, e nonostante fossi conosciutissima nessuno si fermò a capire cosa stessi facendo lì, ferma in auto. Si fermò un marocchino con una 128 rossa scassata. Mi riaccese l’auto. Lo implorai di portarmi a casa che mio padre gli avrebbe dato tutto ciò che voleva. Lui preferì seguirmi fino al cancello e poi sparire. Mi portarono in ospedale. Stetti lì per morire. Non era lebbra ma probabilmente, non è mai stato accertato, un virus contratto in India. Tornai in convento tre anni più tardi.perché pe Pensavo e penso che “alla sera della vita ciò che conta è aver amato”».
Adesso di cosa si occupa ?
«Mi occupo principalmente di predicazione, annuncio il Vangelo in tutta Italia. E seguo le adozioni internazionali. E anche un po’ le missioni».
Da pratese, da suora, come vede la sua città?
Amo questa città fino in fondo perché è una città generosa. Nonostante la crisi ci sono tanti pratesi, ricchi e persone normali, che ci sostengono. Vedo una gran voglia di ripartire enon si è rinunciato alla solidarietà. Si continua a credere nei valori e anche nell’accoglienza che ha sempre contraddistinto Prato».
Non so se si possa dire chePrato oggi è una città che accoglie. Vedo tante rigidità nei confronti degli stranieri.
«Nei tempi di crisi credo che istintivamente si pensi a tentare di salvare la propria vita ma credo che i pratesi abbiano cominciato a vedere che c’è chi sta peggio di loro. C’è da capire che la crisi è pesante: al nostro mercatino di abiti usati un tempo venivano solo extracomunitari, adesso invece la maggioranza di persone che viene a scegliere gli abiti è pratese. E poi c’è sempre il problema generale che l’uomo è egoista e, nelle difficoltà, pensa a se stesso».
Il vescovo invita continuamente a vivere in modo sobrio.
«Credo che la gente comincerà a chiedersi: Qual è il vero senso della vita? Serve continuare a pensare ad accapparrare e basta? So che le città sono fatte da singole persone e che ognuno può fare grandi gesti. Fa più rumore un albero che cade che una foresta che cresce ma c’è tanta gente che si impegna, che è solidale. Ritengo che questa crisi che Prato sta vivendo ci aiuterà a riscoprire i valori reali, a dare un senso a ciò che si fa».
Quindi Prato ne uscirà migliore, più rafforzata?
«La crisi non è solo della nostra città. E’ nazionale e internazionale e da noi si sommano le difficoltà del tessile. E’ dura ma dovremo cominciare a guardare gli spiragli che ci segnalano la via d’uscita, ciò che ci spinge ad andare avanti. E’ necessario mettere tutto l’impegno possibile cercando di non lasciare indietro nessuno, comprendendo la vita, le sofferenze degli altri. Venti anni fa da Emmaus incontrai l’Abbé Pierre che disse che il modo migliore per entrare in empatia con i poveri è quello di rompere il vetro della finestra di camera con un sasso, in inverno. Una pazzia? No, è sentendo il freddo che entra nella stanza nella notte che si comincia a capire come vive chi dorme, sempre, fuori. Come stanno i poveri del mondo. E’ nel periodo della mia malattia, quando avevo la morte davanti a me, del resto che ho capito fino in fondo le cose più importanti della mia vita».
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