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Con “Rumore di acque” un affresco sull’immigrazione

Con “Rumore di acque” un affresco sull’immigrazione

Lo spettacolo del regista ravennate Marco Martinelli da stasera al Fabbricone «Mi sono riletto tutti gli appunti dei miei viaggi a Mazara del Vallo»

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PRATO

Il nome di Marco Martinelli è legato a "Sterminio", uno spettacolo di successo che nel 2007 si è aggiudicato il premio Ubu e ad alcune singolari sfide teatrali. Adesso il regista ravennate è impegnato in un nuovo progetto su Mazara del Vallo. Ed ecco che la città che si affaccia sul Mediterraneo diventa in teatro il punto di partenza per un affresco sull'oggi, davanti a quel Canale di Sicilia, sede negli ultimi quindici anni di una devastante tragedia. Da stasera fino a domenica il Fabbricone ospita lo spettacolo "Rumore di acque" di Marco Martinelli, seconda tappa del trittico Ravenna-Mazara 2010. Una coproduzione che nasce dalla collaborazione tra tanti enti: il Ravenna Festival, il Teatro delle Albe-Ravenna Teatro, il "Circuito del Mito" della Regione Siciliana e Sensi Contemporanei, col patrocinio di Amnesty International. Per info: 0574 608501. Lo spettacolo è costruito come un monologo dallo humor nero, genere caro al drammaturgo ravennate, interpretato da Alessandro Renda, con la colonna sonora originale e la presenza in scena dei fratelli Mancuso, tra i più alti esponenti della tradizione musicale siciliana.

Mazara del Vallo è una città meticcia per storia e per forza, nella quale convivono i campanili delle cento chiese e il canto del muezzin e che in questo lavoro si trasforma in un allegorico crocevia. «Il primo racconto di traversata che ho ascoltato a Mazara nella sede della San Vito Onlus - spiega il regista - è stato quello di una minuta, coraggiosa donna tunisina: timida, col suo italiano spezzettato tra i denti, faceva fatica ad alzare gli occhi. Ho cambiato il suo nome in Jasmine, ho trasfigurato la sua storia mantenendone gli aspetti essenziali».

«Il testo l'ho scritto a Mons, sotto la neve - continua Martinelli - le domeniche mi chiudevo in casa e sprofondavo nel Canale di Sicilia, il grigio cielo del nord Europa si trasformava nella luce del Mediterraneo. Mi rileggevo tutto quel che mi ero appuntato nel mio quaderno dei viaggi a Mazara, durati più di un anno. Storie e racconti, ma non solo. Il canto del muezzin sul suolo italico. Le viuzze intricate della casbah. Il verde squillante delle cupole della cattedrale. Mi nutrivo anche di quelle che erano state le impressioni più forti dei miei compagni di avventura: Ermanna, che aveva sentito subito la presenza del vulcano; e Alessandro, che riprendeva tutto quel che poteva con la sua telecamera».

Miriam Monteleone

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