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“Il malato immaginario” la tradizione al Metastasio

“Il malato immaginario” la tradizione al Metastasio

L’opera di Moliére va in scena per la regia del trentino Marco Bernardi Una farsa all’antica che racconta la visione del mondo disincantata

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PRATO. Nella stagione del Metastasio, tra tradizione e innovazione, non poteva mancare l'intramontabile Moliére. Fino a domenica sul palcoscenico dello Stabile va in scena la versione de "Il malato immaginario" di Marco Bernardi, regista trentino, noto per i suoi lavori presentati allo Stabile di Bolzano. Nel cast - di tutto rispetto - ci sono Paolo Bonacelli, Patrizia Milani e Carlo Simoni. Gli altri interpreti sono Xenia Bevitori, Gaia Insegna, Fabrizio Martorelli, Massimo Nicolini, Maurizio Ranieri, Giovanna Rossi, Libero Sansavini, Roberto Tesconi, Riccardo Zini. Il testo è molto conosciuto, "Il Malato immaginario" è l'ultima commedia scritta da Molière. Una farsa all'antica, colma di eccellenti spunti comici, ma che racconta anche la visione del mondo disillusa e disincantata di un Molière, al termine della sua esistenza, che ha smarrito la fiducia in se stesso e nei suoi simili. Argante ( Paolo Bonicelli) è padre di una bella figlia, marito di una donna avida e fedifraga e vittima di uno sciame di dottori avvoltoi, salassatori e ciarlatani. Molière cucì il personaggio magistralmente su di sé, anche se riuscì a interpretarlo solo per quattro recite. Morì infatti nel 1673, pochi minuti dopo la chiusura del sipario. «Argante è un uomo buono, generoso e innamorato, circondato da un assortimento di pazzi - afferma Paolo Bonacelli - Un uomo solo, non a causa della sua malattia, ma che soffre di una solitudine esistenziale e questa sua caratteristica rivela il tratto autobiografico della commedia di Molière.

Quest'opera può essere considerata il testamento di Molière; ce lo lascia da par suo, con gli intrighi di sempre, naufragato nella beffa e nel riso, nel gioco di prestigio tra realtà e finzione, o meglio tra finzione e finzione della finzione, che è l'amara filosofia di tutto il suo teatro». La commedia inizia in tono tradizionale, in un colore comico, ma si trasforma poco a poco, evolve verso il tragico, ma questo tragico diventa stravagante e ride sotto i baffi fino all'allucinazione, al delirio e alla morte. «La farsa si unisce a riflessioni amare - commenta invece il regista - sulla condizione umana e si snoda lungo i tre atti fino a dispiegare un alone onirico. Ho deciso di puntare sullo scontro tra queste due forze. Da un lato la formidabile struttura comica; dall'altro la particolare percezione del testo, "insanguinato" dalla morte di Molière quasi in scena e quindi riletto alla luce della sua biografia».(m.m.)

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