Sicurezza
Autista della Cap condannato per offese razziste
L’imputato ha sempre negato e gli amici hanno garantito per lui in aula, ma al giudice monocratico non è bastato
PRATO
«Ma guarda un po’ questi marocchini, vengono qui a fare la voce grossa». Un’esclamazione di questo tipo è costata una condanna per ingiurie, aggravate dalle motivazioni razziali, a un autista della Cap, comparso martedì davanti al giudice monocratico Monica Jacqueline Magi. Una pena lieve, un mese di reclusione con la sospensione condizionale, oltre a duemila euro di multa, ma che assume un valore simbolico.
I fatti risalgono al lontano 2006 e hanno avuto per protagonisti l’autista Simone Bettazzi, poi difeso da Alberto Rocca, e una passeggera di origini sudamericane. Il bus della Lam stava facendo il suo solito giro e a un certo punto la passeggera avrebbe voluto scendere. Qui le versioni cominciano a divergere. La donna dice che l’autista ha tirato dritto alla fermata, l’altro replica di non aver sentito alcuna richiesta di stop e dunque dice di essere in buona fede.
La passeggera però la prende male e protesta vibratamente con l’autista, che di rimando avrebbe pronunciato la famosa frase sui marocchini, forse confondendo l’etnia della passeggera. Si dà il caso, però, che ad assistere alla scena ci sia un altro passeggero, lui davvero marocchino, oltre a una giovane italiana. Il marocchino inveisce a sua volta contro l’autista e al momento di scendere lo manda a quel paese (cosa per la quale l’autista poi lo querelerà, ma l’accusa è stata archiviata come fatto di lieve entità). La passeggera di origini sudamericane, oltre a protestare sporge querela e il procedimento arriva davanti al giudice. Secondo i difensori dell’autista è materia da giudice di pace, ma il giudice monocratico Magi non è dello stesso avviso. L’accusa di ingiurie, aggravata dall’essere state proferite davanti a più persone, si guadagna un’altra aggravante, quella dei motivi razziali, e così il processo va avanti. Nel frattempo la passeggera, che si è costituita parte civile, si offre di rimettere la querela in cambio di soldi (una cifra più alta di quella che poi l’autista sarà chiamato a versare come risarcimento). L’autista rifiuta, è convinto della propria innocenza e preferisce difendersi in aula. A sostenere le sue ragioni sfilano ben cinque testimoni, tra cui un amico di colore, che assicurano di non avergli mai sentito fare apprezzamenti razzisti. La passeggera italiana dice di non aver sentito le presunte offese razziste, ma il marocchino ribadisce la sua versione dei fatti e l’autista viene condannato. Farà appello.(p.n.)
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