Il dolore
Il giudice: "Ecco come è nato il crack della Sasch"
I contenuti del documento che autorizza il sequestro. Nel mirino l'operazione con il cliente russo e la mancata messa in liquidazione dell'azienda
Per i creditori chirografari non sembrano esserci speranze di recupero dei propri crediti e anche i prelatizi rischiano di non veder soddisfatto tutto il loro credito. Una situazione che si è venuta a creare anche perché le persone che hanno gestito il gruppo Sasch hanno persistito nell’esercitare un’attività imprenditoriale ormai priva di risorse. Questa è la posizione dei curatori e sottoscritta dal giudice che ha portato nei giorni scorsi al sequestro dei beni nei confronti degli amministratori di Sasch spa e Go Fin ( Antonio Rosati, Roberto Cenni, Gianluca Giovannelli, Giacomo Cenni, Giacomo Giovannelli, Grazia Lea Giovannelli, Carlo Mencaroni, Rossella Cenni) e dei sindaci revisori (Annibale Viscomi, Luca Porcinai e Fabrizio Viscomi) per omesso controllo.
LEGGI Il decreto integrale
Sono 33 le pagine della richiesta di sequestro conservativo dei beni degli amministratori . Trentatrè pagine con cui si sintetizzano i motivi per cui il giudice Raffaella Brogi, su richiesta dei curatori fallimentari Evaristo Ricci e Leonardo Castoldi, ha autorizzato il sequestro. Diversi i rilievi. Uno fra tutti la gestione dei rapporti con il cliente russo che ha portato a un passivo di oltre 26 milioni di euro, l’acquisto del marchio da una società del lussemburgo quando questo sarebbe stato già di proprietà Sasch , l’accanimento a non mettere l’azienda in liquidazione.
L’udienza per la conferma, la modifica o la revoca del provvedimento è fissata per il 23 febbraio.
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