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Prato

Una faida dietro all’arresto del latitante

Una faida dietro all’arresto del latitante

La polizia temeva che il cinquantenne albanese volesse sparare al presunto killer di un connazionale

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PRATO

C’era una faida albanese sull’asse Prato-Valona dietro all’arresto di Maksimiliano Banaj, il latitante albanese di 50 anni catturato lunedì sera con un blitz della squadra mobile di polizia in un appartamento di via Zarini.

Lo ha spiegato ieri il vice questore Francesco Nannucci illustrando i dettagli dell’arresto di cui abbiamo dato notizia un paio di giorni fa.

Tutto inizia lo scorso 22 luglio, quando un paio di persone uccidono a colpi di pistola l’albanese Klodian Leka, 30 anni, in una strada di Valona. Leka è un albanese trapiantato a Prato, vecchi a conoscenza delle forze dell’ordine. Nel 2004 era stato coinvolto nell’Operazione Vallata, un’inchiesta su un vasto traffico di eroina e cocaina. Probabilmente è rimasto nell’ambiente, ma ufficialmente è a Valona da un paio di giorni per vendere un’auto. I suoi killer rimangono senza nome, per la polizia albanese e per quella italiana, ma non per i suoi parenti che ancora vivono a Prato.

Il tam tam nella comunità albanese è molto più veloce degli accertamenti della polizia di Valona e così già l’11 agosto uno zio della vittima chiama il 113 per segnalare che a Prato è stato visto un tale Genci Dervishai e che è uno dei due che hanno sparato a Leka. Francesco Nannucci, capo della Mobile, si rende subito conto che bisogna trovare Dervishai prima che lo trovi chi vuole fare giustizia sommaria. Gli uomini della squadra mobile lo cercano dappertutto e infine lo trovano. Per lui potrebbe essere una fortuna. Non è accusato formalmente dell’omicidio di Klodian Leka, né in Italia né in Albania, anche se gli inquirenti sono convinti che sia coinvolto. Finisce comunque in carcere perché deve scontare una vecchia condanna a un anno e otto mesi per reati di droga.

Il problema però non è risolto perché in città ci potrebbe essere anche un secondo albanese sospettato, a torto o a ragione, di essere il killer del connazionale. Ma soprattutto perché è stata segnalata la presenza di Maksimiliano Banaj, un omone alto 1,95 per 120 chili, armato di pistola. E’ un altro zio di Klodian Leka, fratello di quello che per primo si è rivolto alla polizia, ma forse vuole risolvere la questione a colpi di pistola, anche perché non ha nulla da perdere. Sulla sua testa pesa un cumulo di condanne per complessivi 27 anni di reclusione. Rapina, lesioni, sequestro di persona, sfruttamento della prostituzione. Ne ha combinate un po’ di tutti i colori, Banaj, negli anni Novanta tra Prato e Pistoia. E’ latitante dal 2007 e a Prato non dovrebbe farsi vedere troppo in giro se non vuole finire alla Dogaia. Invece torna dall’Albania, dove si è rifugiato insieme alla moglie incinta di 5 mesi e a un figlio di 8 mesi. E la polizia è convinta che sia tornato per sparare a qualcuno, anche se si tratta solo di un sospetto.

La mente corre all’uccisione di Alban Deliu, il giovane albanese freddato il 23 ottobre con tre colpi di pistola nei giardini di via Marx. E’ lui il secondo presunto killer di Leka? E’ stato ucciso per questo? Ci hanno sicuramente pensato anche gli inquirenti, che però ora escludono che la presenza di Banaj a Prato sia legata all’omicidio di via Marx.

Intanto però c’è da rintracciare un pericoloso latitante e dopo nottate passate in giro con la foto di Banaj sul cruscotto delle auto, la squadra mobile viene a sapere che il cinquantenne vive in via Zarini insieme alla moglie, al figlio piccolo e ad altri sei connazionali. Si tratta di fare irruzione senza rischiare una sparatoria e così si decide di fermare una delle donne che abitano nella casa mentre porta a scuola i figli. Con le sue chiavi i poliziotti aprono il portone del condominio, poi trovano la catena alla porta dell’appartamento, ma dopo un’iniziale resistenza di Banaj riescono a bloccarlo senza problemi. La prima cosa che gli chiedono è dove ha messo la pistola, ma lui fa orecchie da mercante: «Quale pistola? Non c’è nessuna pistola». L’arma in effetti non viene ritrovata, ma intanto è in carcere il dito indice che poteva premere il grilletto.

Quanto a Genci Dervishai, sospettato di aver ucciso Klodian Leka a Valona, deve ancora scontare più di un anno. C’è tutto il tempo per capire se è stato davvero lui a sparare al connazionale, e anche perché.(p.n.)

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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