Il Tirreno

Prato

Ucciso per pochi euro, il cerchio è chiuso

di Paolo Nencioni
Ucciso per pochi euro, il cerchio è chiuso

Altri tre fermi per l’omicidio di Andrea Manzuoli: un italiano ha accompagnato i romeni la sera del massacro

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PRATO

Il cerchio è chiuso. Altri tre fermi eseguiti ieri dai carabinieri del Nucleo investigativo (ma si parla anche di un quarto, un italiano) hanno dato un nome ai presunti killer di Andrea Manzuoli, l’operaio di 45 anni massacrato nella notte di San Silvestro all’interno della Cartotecnica Beusi di via Onorio Vannucchi, il cui cadavere martoriato è stato scoperto lo scorso 2 gennaio. Il primo a finire in carcere lunedì sera, come abbiamo scritto ieri, è stato Antonio Peluso, 35 anni, un balordo che ha vissuto finora di espedienti intorno alla stazione ferroviaria. Ieri è toccato a tre romeni, spediti a fargli compagnia in una cella della Dogaia. Si tratta di Sandel Baroi, Zanfirel Isofache e Virgil Vasile Puscasu, i primi due ritenuti gli esecutori materiali dell’efferato omicidio, il terzo in posizione più defilata. Sono difesi d’ufficio da Luca Ancona e Fabio Fattorini. Ci sono anche due donne in questa storia in stile “Brutti, sporchi e cattivi”. Una è la prostituta romena conosciuta come la “zoppina”. Anche lei gravita intorno alla stazione ferroviaria. L’altra è un connazionale che si presta a fare da interprete con gli italiani. Ma non è confermato che siano indagate.

Attività frenetica

E’ quella che per tutta la giornata di ieri ha ruotato intorno al Comando provinciale di via Picasso. La notizia del fermo di Antonio Peluso ha provocato una brusca accelerazione delle attività del Nucleo investigativo e già in mattinata sono stati rintracciati i tre romeni accusati dell’omicidio. Il via vai continuo delle pattuglie al Comando provinciale è però proseguito anche nel pomeriggio, mentre gli arrestati venivano interrogati alla presenza del sostituto procuratore Roberta Pieri, titolare delle indagini. Altre persone sono finite in caserma, probabilmente anche un secondo italiano che potrebbe aver avuto un ruolo nella vicenda. Già all’ora di pranzo, comunque, trapelava l’ottimismo di chi ha capito di aver risolto un caso ingarbugliato. In tutta la giornata, comunque, nessuna fonte ufficiale ha speso una parola sulla vicenda.

La svolta

A dare un decisivo impulso alle indagini è stato Antonio Peluso, che non si sarebbe fatto pregare quando si è trattato di raccontare che cosa era successo quella maledetta sera del 31 dicembre in via Onorio Vannucchi. A Peluso, difeso da Gabriele Terranova, i carabinieri sono arrivati grazie ai due computer spariti dalla tipografia dopo l’omicidio. Avrebbe cercato di venderli, attirando l’attenzione degli inquirenti. Ha dovuto spiegare come mai li aveva lui e il resto è venuto di conseguenza. Nel frattempo i carabinieri avevano acquisito le immagini riprese dalle telecamere del chiosco in piazza della Stazione.

Facciamo un passo indietro. Peluso è un semi-clochard (dorme a casa di una donna) che alla stazione conoscono tutti. Le cronache hanno cominciato a occuparsi di lui già otto anni fa quando fu arrestato per un furto su auto in sosta in via Buozzi. Sei anni dopo un altro arresto, per lo stesso motivo. Non è un killer, semmai un balordo finito in una storia più grande di lui.

Il film dell’omicidio

In base ai primi riscontri, Andrea Manzuoli avrebbe frequentato la prostituta romena conosciuta come la “zoppina” e sarebbe stata lei a dire ai suoi amici di averlo visto con un grosso mazzo di banconote. E’ diventato una preda facile, anche perché aveva le chiavi della tipografia. Il gruppetto di balordi si mette in testa l’idea di rapinarlo, sono soldi facili. Il 31 dicembre viene fatto un sopralluogo, forse partecipa anche una donna, poi l’auto guidata da Peluso torna in via Vannucchi insieme ai tre romeni. E’ già buio. Uno dei tre, probabilmente Puscasu, viene lasciato fuori a fare da palo, ma è ubriaco e al momento di andarsene non lo trovano. Gli altri due sorprendono Manzuoli nella roulotte dove viveva e lo picchiano, forse lo torturano tagliuzzandolo sugli avambracci, quasi gli staccano un alluce del piede. Il pestaggio prosegue all’interno della tipografia, vogliono sapere se ci sono altri soldi, se c’è una cassaforte. Peluso si sarebbe limitato a guardare, mentre gli altri finivano Manzuoli sbattendogli la testa sul pavimento. Poche centinaia di euro: bastano per uccidere un uomo?

Il movente

Oltre a quello della rapina pura e semplice ce n’è un altro: la spedizione punitiva per un debito non saldato da Manzuoli nei confronti della “zoppina”. L’alluce amputato sarebbe una “firma”. Ieri gli inquirenti non hanno né confermato né smentito questa ipotesi. La sostanza non cambia. «Qualsiasi cosa abbia fatto - aveva commentato il titolare della tipografia - così non si ammazza nemmeno un cane».

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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