Il Tirreno

Prato

La città che non si fermava mai

La città che non si fermava mai

I Gelli, titolari dell’omonimo bar, sono dietro al bancone da oltre mezzo secolo

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di Ilenia Reali

PRATO

Il gelato alla frutta era il suo asso nella manica. Era poco più che bambino quando, nella bottega della frazione pistoiese di Sammommè, utilizzava i frutti del bosco circostante per fare dei coni che erano delle autentiche golosità. All’epoca i bambini che villeggiavano nel paesino immerso tra i castagni della collina non erano pochi. C’era l’aria bona si diceva e un po’ da tutta l’area metropolitana arrivavano nonni e mamme coi pargoli ancora mingherlini e magari con qualche problema d’asma. Fu così che Giovanni Gelli fu scoperto. E fu da lì, da quel paesino oggi sperduto, che cominciò la sua avventura dietro il bancone. Un lavoro da barmann che da lì a qualche anno l’avrebbe portato a Prato testimone di quello che è stato il boom dell’industria tessile e uno sviluppo del benessere diffuso tipico, per anni della nostra comunità.

Un’avventura dietro il bancone non ancora finita. Giovanni, 78 anni, con la moglie Lucia Giovannetti lo si trova ancora oggi pronto a sorridere ai clienti dal bar di via Muzzi che porta il suo stesso nome.

Ben sessantré anni dietro il banco. Sessantatrè anni che Giovanni guarda i suoi clienti sfilare davanti a lui, tra un cornetto , un panino e un caffè.

E sono almeno cinquant’anni che quel bancone dietro cui lavora è a Prato. «Arrivai in questa città, dopo un periodo passato in un bar di Pistoia, perché lì si lavorava tanto ma si guadagnava poco. A Prato invece se eri volenteroso facevi quello che volevi. Pagavano bene, oltre la paga sindacale, bastava non guardare alle ore che si facevano».

Il bar in mezzo alle fabbriche.

Il primo bar dove Giovanni venne a lavorare a Prato era il bar Rondine. Era in via Ferrucci. «Dove ora ci sono le banche e il palazzo degli industriali c’erano le fabbriche - racconta Giovanni mostrando le foto di lui barmann ragazzino - e i lanifici lavoravano anche la notte. Madonna come lavoravano. C’era il lanificio Pecci a cui si portava il caffè agli impiegati anche alle 2. Con il vassoio attraversavo la strada, entravo nella fabbrica e passavo attraverso la sala campionario. E quando davo la tazzina al signor Pecci, il babbo di quello di oggi, mi diceva tu sei l’unico uomo che vede le campionature, l’unico che oltre a me entra qui dentro. Quelli era sì che erano bei tempi. E anche quelli successivi, mica ora».

Gelli con indosso la camicia bianca d’ordinanza ha fatto caffè, servito amari e aperitivi un po’ a tutti. «Un nostro cliente abituale era il Bruni dell’omonimo maglificio ma non sarei in grado di citarli tutti: era un continuo via vai di tecnici, rappresentanti, operai, industriali. E tutti sempre di fretta. Coi furgoni carichi di pezze. E noi, quasi, non si alzava la testa».

Il locale di piazza San Marco. La mente di Giovanni passa da un ricordo all’altro, da un aneddoto degli anni Cinquanta a uno degli anni Settanta. Accanto a lui la moglie Lucia che ogni giorno, dal 1973, affianca il marito nella gestione del bar. «Non è cambiato niente. Neanche per un giorno. La mattina ci si alza, si prende la bicicletta e si viene al bar. E la sera si torna a casa. In bicicletta perché noi non si vuol inquinare l’aria, la macchina si prende solo quando si va nella nostra casina in campagna dove si fa l’olio, l’olio bono».

Dal bar la Rondine al bar di piazza San Marco per Giovanni il passo fu breve. «Lì s’era davvero in tanti, si facevano i turni. Notte e giorno non c’era un momento tranquillo. Alle 3 la notte i bar erano aperti come a mezzogiorno. C’era sempre qualcuno che smontava da lavoro e qualcun altro che entrava».

La gente era felice. O almeno così ricordano Giovanni Gelli e la moglie. «Tutti lavoravano tanto ma tutti avevano soldi da spendere. E a quel che si tirava fuori dal portafoglio non ci si badava. Ci si sposava, si comprava casa, non s’aveva il tempo neppure per mangiare e c’era la sensazione di essere invincibili. Noi poi eravamo giovani. E quando siamo giovani i sacrifici non si sentono mica come ora. Il ghiaccio per fare la granita l’andavo a prendere a piedi, con un sacco di juta sulle spalle, vicino alla Stazione. Ma che fosse una fatica, onestamente non me lo ricordo».

Mettersi in proprio. Fatica. Sacrifi. Ecco che la mente si sposta dal bar di piazza San Marco, proprio dove ora c’è l’omonimo albergo a via Muzzi. E’ qui che i coniugi Gelli ebbero la prima vera grande soddisfazione.Il salto di qualità, l’aspirazione di ogni dipendente: mettersi in proprio. Erano gli anni Settanta. «Si spese sui 15 milioni di lire per comprare e mettere a posto questo bar. Il posto era buono: c’erano tutti gli uffici e gli impiegati scendevano sempre per la pausa caffè. I primi anni fu davvero una gran soddisfazione tanto che nel 1985 si rifece tutto l’arredamento.Poi pian piano gli uffici si sono trasferiti e ora anche i negozi, uno dopo l’altro, stanno chiudendo».

Giovanni Gelli dipinge una città triste. Una città che non ha voglia di alzare la testa. Una città senza speranza. E senza speranza, si sa, si muore. «Perfino tra noi negozianti non c’è più la voglia di scambiare due chiacchiere. Ognuno sta chiuso dentro il suo negozio con i propri problemi. I vecchi commercianti hanno abbassato la saracinesca, i nuovi va bene quando non sono cinesi».

Resistere, resistere, resistere.Giovanni e la moglie invece resistono. Sono quasi buffi in un bar d’altri tempi dove perfino i panini (con la frittata ai carciofi col tonno centrifugato) hanno un sapore che ricorda la merenda di quando eravamo bambini. Il bar è rimasto quello degli anni Ottanta, con la volta d’oro come le balere di un tempo. I clienti sono rimasti pochi. Più che altro sono quelli di un tempo che tornano a trovare la coppia e che non sanno resistere ai panini di Giovanni o a un grondino d’autore. Sì d’autore perché i coniugi Gelli hanno una collezione di liquori che non si trovano più. Etichette dimenticate o sconosciute ai più ma che aiutano a fare un salto indietro nel tempo e, per assurdo, quasi a riappropriarsi del piacere di prendersi una pausa caffè.

Ci fossero due giovani sposi. «Il bar si venderebbe », dicono quasi in coro guardandosi negli occhi Giovanni e Lucia. «Mia figlia l’ha messo anche su internet ma non si presenta nessuno. Eppure se al posto di due vecchietti come noi ci fosse una bella coppia di giovani son convinto che il lavoro ci sarebbe. Sono venuti a chiedercelo degli stranieri ma a noi lasciarlo a qualcuno che non è di qui non ci piace. Ci siamo affezionati, questo bar è tutta la nostra vita. Vorremmo dei giovani italiani volenterosi, ci piacerebbe venderlo in mano a qualcuno che come a noi, 40 anni fa, entrando gli brillassero gli occhi».

Per Giovanni Gelli vendere a un giovane non italiano sarebbe un dolore. « E’ l’ultimo bar italiano rimasto in questa zona. E vorremmo vendere un sogno, non far fare un investimento a chi è pronto a far valigia e andarsene da un momento all’altro. Siamo a un passo da piazza del Comune, dal cuore della città. Non sono contrario al fatto che ci siano gli stranieri ma qualcosa di pratese dovrà pur rimanere».

Ed ecco che Giovanni e Lucia Gelli aspettano. Aspettano con fiducia. Baluardo di una Prato che non c’è più.

L’appello. Una Prato che non c’è più ma che potrebbe tornare. Con un po’ di impegno. Per Giovanni e Lucia Gelli sarebbe necessario che i giovani avessere voglia «di resistere, di stringere i denti, cercando di costruire qualcosa di loro» e che i pratesi cominciassero ad amare il loro centro cittadino. «Dovrebbero tornare a passeggiare per le strade del centro, andare al cinema, al teatro, frequentare i negozi che si trovano qui. Se tutti ci mettiamo un pochino di speranza e di impegno quando questa crisi passerà potremo ripartire senza aver svenduto tutti i gioielli».

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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