Il Tirreno

Prato

Le ossa hanno un nome dopo 68 anni

Le ossa hanno un nome dopo 68 anni

Stupefacenti risultati di un’indagine sul ritrovamento di resti umani sopra Cantagallo: erano due soldati indiani

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di Paolo Nencioni

PRATO

In due città indiane sconosciute ai più, Rothak e Hisar, sulla strada che da Nuova Delhi conduce al Punjab, c’è qualcuno che ancora si ricorda di Palu e Hari, due ragazzi di 19 e 20 anni di cui non si hanno più notizie dal 13 settembre del 1944, quando furono falciati dai proiettili tedeschi sulle montagne sopra Cantagallo, durante la terribile battaglia della Linea Gotica per la presa di Poggio Alto.

Ora Palu Ram e Hari Singh potranno trovare una degna sepoltura insieme ai loro compagni del 13° Frontier Force Rifles, i fucilieri delle truppe coloniali britanniche che combatterono e morirono per liberare l’Italia da nazisti, in quei sanguinosi giorni di 68 anni fa.

E’ stata un’indagine della Procura di Prato, col decisivo contributo di un antropologo forense a metà strada tra Indiana Jones e “Cold case”, a dare un nome ai resti che nel luglio del 1996 furono trovati a Poggio Alto, al confine tra i comuni di Montale e Cantagallo.

Nessuno ci sperava più, ormai, e il verbale di quel ritrovamento di resti umani ha riposato in un cassetto fino a quando il sostituto procuratore Sergio Affronte decise, l’anno scorso, di riaprire il caso per dare un senso alla storia, e forse anche alla Storia.

A rimettere in moto i carabinieri è stata un’ipotesi. Dai primi rilievi sui 73 frammenti di ossa repertati sembrava infatti che i resti potessero appartenere a tre individui, un uomo, una donna e un bambino. Si è pensato di aver trovato le tracce di una delle tante rappresaglie contro i civili avvenute dopo il passaggio del fronte. Per questo il procuratore capo Piero Tony ha dato il via libera ad accertamenti più approfonditi, che sono stati affidati a Matteo Borrini, archeologo e antropologo forense che ogni tanto vediamo nella trasmissione “Quarto grado” su Rete 4, insieme alle dottoresse Olga Rickards e Cristina Martinez-Labarga dell’Università di Tor Vergata.

Borrini ha subito capito che in realtà si trattava dei resti di due e non di tre persone, e che erano entrambi di sesso maschile. Questo, insieme all’ovvia considerazione che erano stati ritrovati in una zona segnata dai combattimenti della Linea Gotica, ha fatto orientare le ricerche verso i militari.

Grazie all’esame del Dna, le docenti dell’Università romana hanno ristretto il campo a una precisa area geografica, l’India o il Pakistan, ma ancora non bastava per dare un nome a quel mucchio di ossa.

Qui entra in campo la Commonwealth War Graves Commission, l’organismo britannico che cura il censimento dei caduti e dei dispersi. Dalla commissione con sede a Maidenhead il professor Borrini si è fatto inviare la lista dei dispersi del 13° Frontier Force Rifles, che ha combattuto nel 1944 nell’area di ritrovamento dei resti, e andando per esclusione, sulla base dei rilievi antropometrici, è riuscito a stabilire «con ragionevole certezza», come scrive nella relazione che ha recentemente consegnato in Procura, che i resti trovati in località Poggio Alto appartengono a Hari Singh e Palu Ram, i due ragazzi indiani originari di Rothak e Hisar, nella regione di Haryana. Hari aveva 20 anni e Palu ne aveva 19 il 13 settembre del 1944, quando si suppone che siano caduti sotto i colpi della 362° divisione fanteria del generale Greiner.

Erano in prima linea, ma probabilmente era uno dei loro primi combattimenti veri. Come altre migliaia di americani, inglesi, ma anche marocchini, brasiliani e sudafricani, avevano fatto migliaia di chilometri per venire a morire sulla montagna da dove si domina Pistoia e Prato, un posto dove ora non passa nessuno ma che in quei terribili giorni del settembre 1944 era importantissimo dal punto di vista militare.

Per 68 anni di loro non si sono avute più notizie, i loro genitori li hanno aspettati invano in India e poi sono morti, ma è probabile che qualche amico o fratello sia ancora in vita (Palu e Hari sarebbero oggi alla soglia della novantina). Non risulta che siano stati presi contatti con eventuali parenti in India.

Accertato «con ragionevole certezza» che si tratta di militari caduti in battaglia, le carte del procedimento aperto prima dalla Procura di Pistoia, poi passato a Prato, verranno ora trasmesse per competenza alla Procura militare di La Spezia. In realtà non ci sono reati da perseguire.

La tenace indagine del sostituto Affronte, insieme ai carabinieri, è servita più che altro, e non è poco, a dare un nome a due ragazzi che in fondo sono morti anche per l’Italia e che non meritavano di essere dimenticati in una buca sull’Appennino.

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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