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Prato

«Studio e impegno per ripartire»

«Studio e impegno per ripartire»

Marco Romagnoli dopo due anni rompe il silenzio e lancia un appello agli uomini di buona volontà

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PRATO

Due anni e più di silenzio. Poi il presidente del Pecci ci lascia e Marco Romagnoli torna a parlare, pubblicamente, lanciando un appello ai pratesi di buona volontà.

Perché tanto silenzio e perché questo ritorno proprio adesso?

«Mi sono ritirato dalla politica quindi sono rimasto in silenzio. Parlo ora perché era dovuto un riconoscimento a una persona che si è impegnata e che ha fatto tanto. Credo che il Pecci sia una metafora di Prato e giudico necessario lanciare un appello, da cittadino, a impegnarsi sulle sorti della città».

Come sta andando Prato, secondo lei?

«Sta andando male, in un quadro generale certamente difficile».

Motivi specifici?

«I motivi sono stati esaminati e discussi ma credo sia arrivato il momento di cercare di capire come sia oggi questa realtà economica e sociale. Non c’è dubbio ci sia un’enorme problema occupazionale e di reddito ma non c’è dubbio, però, che Prato non sia in condizioni di non ritorno. In questi quindici anni abbiamo assistito a processi di marcata trasformazione sociale, è cambiata la popolazione, è cambiata la composizione dell’occupazione e le trasformazioni sono avvenute anche a livello economico: il tessile ha subito un drastico ridimensionamento. Tutto questo ha prodotto certamente un impoverimento marcato della città ma non un tracollo. Quindi penso che sia necessario ripartire da qui. Diradando tutto il fumo che in questo anni si è addensato sulla città, spesso con molta ideologia, molta confusione e approssimazione, per capire quali sono i nuovi protagonisti e cosa c’è al posto del tessile».

Qualche risposta la può già dare lei.

«C’è stato un grande sviluppo del terziario ma la vocazione industriale resta, è chiaro che non si è recuperato i 40mila posto di lavoro del tessile, ma certamente si è sviluppata una diversificazione che ha cambiato profondamente la struttura economica e produttiva. E da qui occorre ripartire».

Chi ha, secondo lei, il dovere di capire?

«Chi ha gli strumenti per analizzare. Dovrebbe essere un compito dei partiti e delle istituzioni, questi sarebbero gli strumenti naturali. Ma viviamo una fase di crisi della politica che è crisi dei partiti ed è crisi della capacità della politica di perseguire l’interesse generale. Siamo a parcellizzazione e personalizzazione degli interessi e non si riesce ad arrivare alle sintesi. La politica oggi non è in grado di tradurre problemi e bisogni in proposte quindi si torna alla necessità, che è ormai un dovere, di un impegno e di uno sforzo di ciascuno di noi».

Romagnoli, ex dirigente regionale, ex sindaco, da sempre nelle stanze dei bottoni, si rimette in gioco?

«Sono sempre stato in gioco, non sono solo più politica . Ho fatto un richiamo per un impegno in ogni campo perché chiunque può farlo visto che ciascuno di noi ha un ambito nel quale può intervenire. Il mio oggi, oltre a un impegno professionale, è un impegno culturale».

Non le manca l’attività sul campo?

«Mi manca il rapporto con tante persone che sono una ricchezza per impegno, volontà e capacità. Ma è anche vero che vedo sempre più persone allontanarsi da quella sfera. Occorrerebbe riuscire a creare un momento di confronto e discussione, libero da qualsiasi pregiudiziale, sulle grandi questioni di questa fase».

Il suo pessimismo è provocato anche dal fatto che alla guida del Comune c’è un governo di centrodestra?

«Il motivo di pessimismo semmai è che sia potuto andare il centrodestra alla guida di Prato. Vedo una difficoltà della politica in generale e della sinistra in particolare ad orientare la gente. Sono convinto che la situazione non sia tragica come appare ma certamente il fatto non via sia un punto di riferimento che possa spiegare e indicare soluzioni, rappresenta un pericolo reale di ulteriore avvitamento. Tradotto: credo che Prato abbia al suo interno le capacità e le risorse per risolvere i problemi ma manca il momento di aggregazione, quello “stringere le fila” e unire gli sforzi andando verso soluzioni condivise. Se questo non c’è la crisi si avvita su sè stessa ed è destinata a peggiorare».

Quanta responsabilità del momento di confusione può essere attribuita ad un sindaco, Cenni, che vive una fase di grande debolezza?

«Al di là dei giudizi sull’operato di Cenni come sindaco e come imprenditore, è indiscutibile che l’immagine di Prato soffre di questo elemento. Avevamo avuto un candidato sindaco imprenditore di successo che poteva rappresentare un momento di svolta e ci siamo ritrovati, purtroppo, un imprenditore che ha un avviso garanzia per bancarotta fraudolenta e questo, senza entrare nel merito e senza dare giudizi, è indubbiamente un elemento che pesa sull’immagine della città».

C’è una via d’uscita?

«Non tocca a me, per fortuna, individuarla. Posso solo dire che occorre ripartire dalla realtà concreta perché solo con una chiara analisi della situazione attuale si possono individuare le soluzioni. Studio e impegno si sarebbe detto una volta».

Cristina Orsini

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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