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«Il nostro Made in Italy non serve a nulla»

«Il nostro Made in Italy non serve a nulla»

Bastagli critica le norme del marchio che non offrono più garanzie di qualità

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PRATO. Il made in Italy? Così non serve a nulla. Per Alessandro Bastagli, patron della nuova azienda nata dalle ceneri della vecchia Lineapiù, non ha senso parlare di un marchio italiano senza prima mettere in campo regole uguali per tutti. «L'etichetta di per sé non vuol dire niente - sostiene - basti vedere che a Prato ci sono aziende cinesi che producono senza il rispetto delle norme vigenti potendo ugualmente avvalersi del Made in. Se vogliamo che il marchio sia veramente sinonimo di garanzia, qualità e prestigio, bisogna controllare queste imprese affinché paghino le tasse come tutti e salari adeguati ai lavoratori». Una riflessione che scaturisce a margine di una conferenza stampa tenutasi in occasione di Pitti Filati, in cui si è fatto il punto sui risultati ottenuti nel primo anno di attività. «Abbiamo chiuso il bilancio 2011 con 34 milioni di euro di ricavi - afferma - superiori alle previsioni dell'estate scorsa e al piano presentato al Ministero dello Sviluppo economico, con un utile di poco inferiore a 1, 5 milioni». Anche le previsioni sono positive: «Il primo trimestre del nuovo esercizio - ha aggiunto - supera del 3-4% il budget». Numeri che hanno creato un po' di malumore tra gli altri espositori della fiera che parlano di Lineapiù di un’azienda che comunque è ripartita sgravata dai debiti. E' però innegabile che l'operazione di rilancio sia riuscita anche grazie investimenti in un prodotto che ha fatto dell'innovazione e della creatività un punto centrale. Ora si punta al rilancio di Filclass, finora la seconda linea che «nel segno della qualità e della ricerca si propone a un presso più accessibile».

A luglio dovrebbe inoltre aprire nella nuova sede di via Brunelleschi il nuovo museo che raccoglierà i prodotto di 37 anni di attività dell'azienda. ©RIPRODUZIONE RISERVATA

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