Italia
Rallenta la crescita delle aziende cinesi Boom dei pachistani
Imprenditoria straniera : i dati della Camera di commercio Le ditte non italiane oggi costituiscono il 25% del totale
di Maria Lardara
PRATO
Per ogni impresa dagli occhi a mandorla che muore ce n’è subito un’altra che spunta dietro l’angolo.
Cinesi, popolo di imprenditori. Se i figli del Celeste Impero non crescono più a Prato a ritmi vertiginosi (4.945 imprese attive nel primo semestre 2011: l’11% sul totale nazionale), comunque crescono discretamente (+6,5% nel giugno 2011 a fronte di un +13% di crescita riscontrata nel 2009). Insieme ad albanesi, pakistani e romeni e marocchini, pensano loro a tenere attiva la bilancia dell’imprenditoria sul territorio pratese: la quota di aziende gestite da stranieri supera infatti il 25% sul totale delle imprese attive in provincia. E proprio per evitare eventuali balletti di cifre sulle ditte cinesi, memore della polemica dell’anno scorso con l’assessore Aldo Milone, nel curare il report annuale sull’imprenditoria straniera la Camera di commercio ha pubblicato solo i dati relativi alle imprese attive. «Anche perché – fa notare Catia Baroncelli, segretario della Cciaa – il fermo dell’attività a causa del sequestro non implica la cancellazione dal registro delle imprese: l’attività sospesa non si annovererà semmai tra le ditte attive, ma continuerà a figurare tra quelle registrate. La cancellazione d’ufficio si dispone solo se non sussistono i requisiti di imprenditore previsti dalla legge, come essere in regola come presentazione del bilancio, diritti annuali, composizione societaria». Dunque i quasi 5mila imprenditori cinesi della nostra provincia sarebbero quelli davvero attivi.
Più cessazioni. In un anno e mezzo, il 22% delle aziende orientali ha cessato di esistere. 1.600 le imprese cancellate, con un turnover intorno al 52%. La crisi insomma si fa sentire anche in casa cinese. «Mentre il trend delle nuove aperture si mantiene costante – conferma Dario Caserta, curatore del dossier insieme all’antropologa Anna Marsden – la componente chiusura è in aumento».
Tirano meno le confezioni. Gli imprenditori dagli occhi a mandorla prediligono sempre il manifatturiero ma è solo il tessile a crescere (quasi del 21% nel 2010 a fronte di un 19,76% nel 2009).Più che dimezzato il tasso di crescita nelle confezioni (+5,9% contro il +13,20%) mentre si affermano con sempre più insistenza i servizi nel credito e assicurazioni (+150%), oltre alle attività di noleggio e agenzie viaggi. Altro dunque che fare le valigie da Prato. «Da imprenditore tutta questa fuga dei cinesi non la percepisco – sottolinea Longo -. Anzi, come presidente di Gida posso dire che aumentano le aziende che fanno la richiesta di scarico: dubito che chi investa in una tintoria poi decida di mollare tutto». Oltre quota 7mila. Una babele eterogenea, quella dell’imprenditoria straniera in città e provincia, tra cinesi, albanesi, marocchini, romeni, nigeriani, pakistani, tunisini e polacchi (7.648 fino al luglio 2011).Più degli italiani. Sono bastate 1.837 iscrizioni di nuove imprese straniere nel 2010 per portare al 52,2% la quota di ditte con titolare non italiano sul bacino degli iscritti. Un sorpasso, quello degli stranieri sugli italiani, che secondo Longo «merita una riflessione».
Rischio? No grazie. Secondo il presidente della Cciaa è perché «si rischia meno ed è diminuito il coraggio tra i nostri giovani». Infatti gli avviamenti di ditte da parte di cittadini italiani sono in calo, con una flessione della crescita (-1,5%) più evidente nei primi sei mesi del 2011 (-0,8% nel 2010).
Cinesi, “virtuosi” pagatori. Cancellate sì, ma non d’ufficio. Le 400 chiusure di ditte “ordinate” fra il 2011 e il primo semestre 2011 dal giudice del registro della Cciaa – perché non in regola con i tributi e gli obblighi societari – interessano poco i cinesi. «Con la Camera in commercio sono molto in regola con i pagamenti», sottolinea il segretario Baroncelli. Boom di pachistani. Galoppante l’avanzata delle imprese pakistane, cresciute del 7,32% nel 2010 (contro il 3,14% del 2009) e di quelle romene (più 16,33%, più che raddoppiate rispetto al 2009.
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